Salvatore Genovese Gardi - UNTO DAL SIGNORE (STUDIO64 EDIZIONI)

Scritto da  Francesco Mattana Domenica, 02 Giugno 2013 

L’avventura letteraria è appena all’inizio e nessuno –lui per primo- è in grado di immaginarne le evoluzioni. Certo è che se per caso –facendo i debiti scongiuri- questa esperienza con la scrittura non dovesse decollare, Salvatore Genovese ha un futuro da entertainer brillante.

 

 

 

 

Unto dal Signore

Narrativa - Satira

Salvatore Genovese Gardi

Studio64 Edizioni, 64 pagg.

 

 

 

 

 

Non a caso, nell’angolo delle domande finali post-presentazione, chi scrive ha citato Woody Allen: il regista newyorchese ha l’abitudine, come Salvatore, di appuntare su pezzetti di carta le idee creative che gli passano per la mente. Dunque il successo di questo suo esordio nelle patrie lettere è legato anche a quanto deciderà di metterci la faccia in prima persona. Più presentazioni, più occasioni per spendere pubblicamente la sua simpatia. Buona la prima, come si dice nel gergo dello spettacolo.
L’aula 101 della Statale, sede via Mercalli, era bella piena. Non capita mica a tutti: certamente c’era la voglia di dare il proprio appoggio spirituale a un esordiente. Ma soprattutto, queste persone stavano là per Salvatore. La genuinità dei suoi modi, l’approccio alla vita senza tediose sovrastrutture, quel sorriso candido da marinaio in libera uscita: in poche parole, questo suo essere se stesso ci ha già conquistato. Ingenuo, forse, ma nel senso più nobile e alto del termine. Una buona notizia per la letteratura italiana: di fronte al consueto paesaggio mesto di tromboni della penna convinti di poter dire l’ultima parola sul mondo, Salvatore ha l’onestà intellettuale di presentarsi come uomo del popolo.
Niente furbizie, niente ammiccamenti da saputello: Unto dal Signore è un racconto che dal cuore è passato alla penna, senza pit-stop intermedi. Il nocciolo narrativo della sua opera prima, ovvero immaginare cosa potrebbe accadere dopo la morte di Berlusconi, è un tema su cui la gente comune si è già interrogata. E il romanzo si fa portavoce di un classico luogo comune popolare: pensare, cioè, che Berlusconi sia ancora un uomo molto influente. La verità, invece, è che il Cavaliere non conta più niente. I bersagli da colpire, quelli che veramente tirano le fila dell’economia italiana, sono altri. E non si fanno nemmeno vedere in faccia, perché sanno che i Tartaglia di turno si moltiplicherebbero al loro apparire.
Dunque, chiariamolo subito: Salvatore non ha scritto un romanzo di attualità, non ha colto lo spirito dei tempi. Però, questo romanzo è un bel divertissement: soprattutto nella seconda parte ci sono un po’ di intuizioni divertenti, carine, inaspettate. Per quanto riguarda la scrittura però, sia detto con simpatia, c’è parecchio da lavorare. Un’intuizione non banale, come quella alla base del suo scritto, meritava una limatura maggiore. Ma la limatura –e qui torniamo alle riflessioni iniziali- non appartiene al temperamento impulsivo, verace di Salvatore. Lui è un uomo generoso, e generosamente vuole condividere coi suoi lettori le impressioni su carta.
Questa sua immediatezza ha un dritto e un rovescio della medaglia: da un lato, certamente non potrà ambire all’ingresso nel Pantheon degli scrittori patentati. Ma c’è un altro aspetto, forse anche più importante: questa è una scrittura che arriva a tutti, anche alla ‘famigerata’ casalinga di Voghera che tutti gli scrittori inseguono.
Il professor Alessandro Terreni, docente in Letteratura e Cultura dell’Italia contemporanea, generosamente paragona l’autore a Pirandello e Eduardo. Addirittura –e qui l’accostamento è proprio ardito- cita la struttura a episodi incastrati di America oggi, di Robert Altman. Professore, grazie per la generosità, ma non è proprio il caso. Qui si vola un po’ più bassi, e peraltro l’autore è pienamente consapevole di non poter eguagliare questi modelli. Potremmo piuttosto definire Salvatore un Ligabue della scrittura. Nel senso di Antonio Ligabue, il maestro del Naif. Avvince con la semplicità, questo è il suo segreto.
Lunga vita dunque a Salvatore. E lunga vita a Berlusconi. La morte non si augura mai a nessuno. Augurarla a chi sprigiona energia vitale è doppiamente immorale. Conoscendo l’intelligenza e la sensibilità dell’autore, siamo sicuri che sottoscriverà in pieno questo pensiero. E lo sottoscrive anche il ‘semiologo’ Damiano Vacca (conoscendo Damiano, la sua indole iconoclasta, siamo convinti che sentendosi dare del semiologo si è fatto una bella risata, sotto i suoi baffi Seventies).

 

Articolo di Francesco Mattana

 

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