“Rien ne s’oppose à la nuit” di Delphine De Vigan

Scritto da  Lunedì, 29 Giugno 2015 

Un romanzo coraggioso anche se il tema non è originale e recentemente più che mai ha attraversato la letteratura e il cinema: la figura della madre e in generale la storia della famiglia, scritta all’indomani della perdita. Una scrittura piana e ritmica, una riflessione spontanea sulla forza della famiglia, luogo di energia ma anche balcone su un possibile baratro, il libro autobiografico che prende l’avvio di un romanzo, scardina la famiglia quale incarnazione della gioia più spettacolare e insieme potere distruttivo come tante altre famiglie. La scrittura diventa cammino di pacificazione e purificazione, catarsi che deve necessariamente passare dal dolore.

Niente si oppone alla notte, prende spunto dalla canzone “Osez Josèphine”, “Osa Joséphine”, un invito a infrangere il muro dell’omertà, del pudore, del freno che inibisce e non risolve, scritta da Alain Bashung e Jean Fauque la cui bellezza sobria e audace – come ci racconta l’autrice Delphine De Vigan – ha accompagnato la scrittura del libro. Un romanzo con tutti i crismi, una scrittura appassionata e scorrevole che trascina, se non si sapesse che è la storia autobiografica ma anche un affresco di una famiglia francese lungo due, tre generazioni, con i suoi amori, affetti, depressioni, malattie e buchi neri, come una famiglia che si rispetti. Delphine De Vigan, nata nel 1966, è un’autrice francese che ha scritto numerosi romanzi tradotti in diverse lingue, e che riesce ad imprimere una sua originalità senza rischiare il diario intimo, la confessione, l’autoreferenzialità; assicurandoci, al contrario, una storia credibile, dotata di una sua forza autonoma.

Il libro inizia con la scoperta della morte della madre: “ma mère ètait bleue”, “mia madre era livida”, qualche giorno dopo il decesso, simile ad altri inizi celebri come il notissimo L’Etranger di Albert Camus che apprende con una distanza e freddezze disorientanti la morte della mamma. Qui c’è piuttosto smarrimento, costernazione, accompagnati da un dovere interiore di capire, un dovere verso se stessi più che un tributo ai genitori. Il dolore emerge nel cammino interiore, nello sforzo della scrittura prima che nel confronto con la morte e poi è alla fine che si intravede la spiegazione di questo sentimento: la madre, a lungo depressa, è morta giovane ma “viva”, prima della decadenza e questo sembra consolarla. La scrittura non emerge come un’impellenza né un’urgenza ma si fa strada adagio tanto che la nostra autrice non ricorda più quando ha capitolato per chiedere ai propri fratelli e sorelle di raccontarle tutto quello che ricordavano e il loro vissuto. La storia racconta la vita della nonna Liane e dei genitori, Lucile e Georges, descritti come personaggi guardati da una certa distanza che vengono chiamati con il loro ruolo, rispettivamente di nonna e di madre e padre, solo ad un certo punto. E’ questo forse che rende il romanzo credibile e di valore e non la semplice confessione ben scritta di un autore. Come dichiara l’autrice parla della morte e di persone morte sebbene manipoli un materiale vivente, consapevole che la sua famiglia abbia incarnato la gioia più viva e insieme il presentimento della morte e del disastro.

Un’occasione per meditare sul valore della famiglia e la sua complessità, il dolore dei sentimenti e il bisogno di coltivare la memoria per capire e di comprendere per scegliere e soprattutto scegliersi. Allo stesso tempo l’autrice non cerca la verità, né la fiaba nella sua ricerca, ma entrambe le dimensioni perché il suo intento non è dare un giudizio una volta per tutte, schierarsi dalla parte di qualcuno, ma ripercorrere la propria infanzia attraverso la culla nella quale è cresciuta. Ripercorrendo il divorzio dei propri genitori che nella distanza del tempo considera di grande banalità, rilegge l’incontro tra due grandi solitudini e propone un metodo di analisi dei sentimenti che ci abitano intorno e che solo il tempo e la distanza possono mettere a fuoco. Rispetto a tanta cinematografia francese nella quale amore e morte si stringono fino a stritolarsi a vicenda in un connubio morboso, la De Vigan ci restituisce un quadro più consueto, dai toni non esasperati e proprio per questo credibile, ma non meno sofferente. L’attenzione è tutta sulle sfumature come quella relazione incestuelle anche se non incestueuse, propriamente incestuosa.

Rien ne s’oppose à la nuit
di Delphine De Vigan
Editions Jean-Claude Lattès, 2011
7,60 euro
Grand prix des lectrices Elle

Articolo di Ilaria Guidantoni

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