“Reportage dall'Egitto” di Antonella Colonna Vilasi

Scritto da  Mercoledì, 01 Ottobre 2014 

Tra rivoluzioni in sospeso, servizi segreti e primavere arabe.

Un reportage, schietto, sul campo, fruibile sull’Egitto dall’inizio del fermento rivoluzionario alle soglie degli 2014, attraverso voci diverse di interviste anonime.

Il libro è stato presentato, tra l’altro, a Roma in una Rassegna dedicata alle “Primavere arabe”, organizzata da Alessandro Lisci la scorsa estate alla Libreria Mondadori di Via Piave ed io ho avuto il piacere di condividere l’appuntamento con Antonella Colonna Vilasi, presidente del Centro Studi sull'Intelligence – UNI, della quale avevo già presentato un libro, ancora una volta dedicato al tema dell’Islam, anche se da un altro punto di vista.

Fatta questa premessa di contesto, il libro è uno strumento snello, scritto con una scrittura scorrevole e piana nel quale l’autrice si limita ad una breve introduzione e a qualche commento finale per lasciare totalmente spazio ai protagonisti anonimi delle sue interviste ai quali rivolge domande scarne, dirette e semplici. Reportage dall’Egitto, in perfetta coerenza con il titolo, si annuncia come una serie di istantanee che ci restituiscono un paese in fermento dal gennaio 2011. Si tratta forse del paese che più ha interessato l’Europa, al di là dei singoli fatti per varie ragioni, forse per l’aspetto domestico legato alla grande affluenza turistica e alla sua storia conosciuta universalmente; non solo, si tratta di un paese cerniera strategico rispetto al Medioriente e da sempre all’attenzione prioritaria degli Stati Uniti.

L’esordio della scrittrice pone la rivolta egiziana che la Vilasi chiama rivoluzione – mentre io la ritengo una rivolta come a mio parere traspare dalle stesse interviste contenute nel testo, quale in primis l’assenza di un leader – nell’ambito delle rivolte che hanno travolto nel 2011 Tunisia, Libia, Yemen ed Egitto, appunto. Rispetto a questi paesi posso parlare solo della Tunisia sulla quale ho scritto alcuni libri; gli altri paesi non li conosco
fatta eccezione per l’Egitto del quale ho avuto in più occasioni assaggi turistici. Per quanto riguarda la Tunisia mi dissocio soltanto per l’elemento scatenante che a mio parere non è l’aumento dei prezzi di prima necessità. L’appellativo di rivolta del pane per le vicende tunisine è di matrice totalmente europea e ha ferito tra l’altro il popolo. Probabilmente questo è l’elemento discriminante rispetto al fenomeno egiziano e forse anche agli altri. Concordo sul tema dei diritti umani calpestati, della libertà individuale e collettiva; così come sul tema della dignità, karāma, che in Tunisia non è la richiesta del pane o del lavoro, ma di condizioni dignitose di accesso al lavoro; e sul tema dell’economia e della corruzione, la Tunisia individua nel termine democrazia, con maggior chiarezza il tema della distinzione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Condivido l’analisi lucida e semplice, di lunghi poteri dittatoriali, sostanzialmente caldeggiati dall’Europa e dagli Stati Uniti, non necessariamente filo-islamici, anzi, come pure la corruzione che ha portato ad un impoverimento sostanziale dal punto di vista economico, della disoccupazione e della sotto-occupazione, molto forte in Egitto, stando ai dati della Vilasi. Sulle rivolte un elemento che le ha caratterizzate ed accomunate, il ruolo essenziale di Internet che ha stimolato il fenomeno del “contagio”, anche se non possiamo definirla la causa, piuttosto la modalità.

Inoltre – come emerge dalle interviste che hanno voluto essere anonime, fatto che non mi è mai stato richiesto in Tunisia - sono i giovani i protagonisti almeno all’inizio e le donne. Emerge così un femminile molto diverso dall’immagine europea e statunitense rispetto al mondo arabo. Interessante la prospettiva del reportage vissuto attraverso le voci sul campo che essendo anonime se possono apparire più indefinite, in fin dei conti restituiscono opinioni e punti di vista lucidi che non sono influenzati dal racconto del ritratto di chi parla. Mi ha colpito perché è esattamente l’opposto del mio approccio, quanto originale e complementare. Sul merito della situazione e dell’evoluzione egiziana, lascio al lettore il piacere di scoprirne i dettagli a cominciare dalla scintilla del 17 gennaio 2011, ad un mese esatto di distanza da quella tunisina.

Il 25 gennaio del 2011 gli egiziani scendono per strada e si sollevano contro il regime di Hosni Mubarak. L'epopea della rivoluzione di piazza Tahrir dura diciotto giorni, e alla fine il presidente è costretto a dimettersi. E’ un bagno di sangue, a differenza di quella tunisina, che lascia sul terreno oltre mille morti. Il Reportage comprende incontri che vanno, temporalmente, dalla caduta di Mubarak, attraverso il governo Morsi, sino alla salita dei militari al potere. La valutazione socio-politica delle forze in campo, dagli Shabeb, i ragazzi della Piazza, ai Fratelli Musulmani, fino ai militari, inizialmente alleati della Rivoluzione e successivamente nuovi attori politici. Nelle interviste si da voce all'Egitto umiliato e oppresso, senza più dignità e si racconta come un popolo riesca a riscattarsi e a riguadagnare la sua fierezza. La post-rivoluzione con i suoi interrogativi e i suoi attori politici prende forma nelle interviste, descrivendo una situazione ancora in bilico che rischia di precipitare da un momento all’altro. Per chi mastica un po’ di quel mondo, invito a soffermarsi sul ruolo dell’esercito in Egitto e sul rapporto ambiguo con il potere come anche sulla posizione politica dei Fratelli musulmani perché il loro ruolo è stato politico prima che religioso.

“REPORTAGE DALL'EGITTO”
Tra rivoluzioni in sospeso, servizi segreti e primavere arabe
Antonella Colonna Vilasi
Libellula
Centro Studi sull’intelligence, scienze strategiche e della sicurezza - UNI
10,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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