“Quelli che restano” di Paola Musa

Scritto da  Lunedì, 03 Novembre 2014 

Continua il viaggio tra gli ultimi di Paola Musa, un lavoro ben documentato, attento, scabro ma non scabroso, una scrittura, asciutta e ruvida senza volgarità. Nel libro non si fanno sconti, ma resta la delicatezza, un filo di speranza e una lezione di umiltà. Un mondo molto particolare ed in fondo una storia di tutti i giorni che magari ci passa accanto senza accorgercene. La Roma che vive dietro le sbarre, un femminile in grigio.

 

Quelli che restano perché non se ne possono andare e quelli che restano per dovere: entrambi prigionieri dei propri errori, siano colpe o responsabilità, a volte assunte con troppa leggerezza o fardelli che non sempre si è in grado di sostenere. La spiegazione del titolo arriva in chiusura. La storia racconta la vita degli ultimi, una giornata lunga ed estenuante che sembra non finire mai, una di quelle che cambiano la vita nella Roma emarginata.

Il libro ci svela anche la scrittrice Paola Musa, la sua delicatezza che sembra quasi contrastare con il suo impegno civile e sociale, perché Paola non agita bandiere, non grida, non si mostra in vetrina: porta avanti le sue battaglie con le parole, con ricerche sotterranee, cercando angoli di visuale insoliti che nessuno osa sfiorare, perché magari non fanno notizia o non sono ammiccanti, violenti e scandalosi. Non sono scontati. Eppure in questa storia, ambientata quasi totalmente nel reparto femminile di un carcere, c’è tutto questo. La sua scrittura è una denuncia, velata, mai volgare con una scrittura sobria, semplice e le cui asperità ci raccontano un mondo disperato, affranto, grigio e prigioniero spesso di se stesso: sia il proprio passato, sia la propria incapacità a reagire, sia semplicemente la stanchezza, una dimensione che troppo spesso sottovalutiamo nella nostra vita.

Il libro ha un pregio, tra gli altri, l’originalità del punto di vista dell’analisi psicologica del sé e del rapporto di coppia, attraverso una vicenda sociale, la vicenda di un uomo e di una donna logorati dalla quotidianità nella quale hanno un peso decisivo banalità che non si rivelano tali, come gli orari di lavoro che non combaciano.

Brevemente, una coppia di “carcerieri”, vigilanti, secondini se si usa il linguaggio del disprezzo, tecnicamente poliziotti che spesso diventano assistenti sociali loro malgrado, vivono gomito a gomito dietro le sbarre. Stesso carcere, stesso ruolo di guardia, uno al maschile e l’altro al femminile: emerge nel loro vissuto la differenza del percorso, delle personalità, semplicemente l’unicità di essere persone di fronte ad una situazione stressante e complessa, ma anche e soprattutto, la diversità dell’essere uomo o donna in questa condizione di confinamento. Un elemento centrale è rappresentato dal fatto che i bambini fino a tre anni possono stare in carcere ma con le madri, non con i padri e quindi il carcere femminile vive un’esperienza che è completamente assente dal reparto maschile.

E’ un libro che riporta l’attenzione sulla complessità del vivere perché non esistono eroi e vittime, carcerieri e carcerati come maschere, caratteri che da soli possano riassume l’identità di un individuo. Tutti siamo un po’ tutto in proporzioni diverse. E’ così che in una situazione estrema anche l’identità sessuale può virare perché in fondo in ognuno di noi c’è una componente femminile ed una maschile, anche se in proporzioni diverse ma mai assolute e quello che emerge è il bisogno primario di affetto e di tenerezza, di complicità, di esistere per qualcuno dell’essere umano: di dare e di ricevere ad un tempo.

Dietro la vicenda umana, i meccanismi con i quali, formando corazze e schemi, pensiamo di proteggerci, rendendoci invece spesso la vita una gabbia, Paola dipinge l’affresco dell’emergenza carceraria, della burocrazia che uccide, della carenza del personale e lo fa ancora una volta da scrittrice non da attivista, con un messaggio meno dichiarato, ma che tocca le emozioni.
Infine, un’analisi spietata e veritiera dell’urgenza di recuperare il senso della famiglia che il mondo sta perdendo e che la città, con la sua frenesia e la precarietà lavorativa stanno finendo di logorare. La storia mi appare anche come un richiamo a centrarsi su se stessi, non un invito al menefreghismo ma all’umiltà di riconoscere il bisogno di prendersi cura di sé per poter accudire gli altri: nutrire la coppia per poter essere genitori; recuperare il proprio figlio per poter essere compagni degli altri e genitori adottivi dei bambini trascurati.

“Quelli che restano”
di Paola Musa
arkadia /narrativa
14,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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