"Ogni volta che mi baci muore un nazista" di Guido Catalano

Scritto da  Domenica, 19 Marzo 2017 

Che senso ha la poesia e, soprattutto, ha ancora senso parlare di poesia in un'epoca in cui la rapidità della comunicazione (e la comunicazione costante) hanno reso l'attenzione scarsa, la cura per la forma e il dettaglio mestiere per pochi e l'attesa del “tempo giusto” per far scorrere lo sguardo sulla pagina poco praticabili? Aprendo una delle tante pagine del diario “massimo” di Guido Catalano – Ogni volta che mi baci muore un nazista – la risposta sembrerebbe positiva. Con uno stile essenziale, a mezza via fra il cantautoriale e la poesia narrativa d'ispirazione americana, senza eccessivi fronzoli e attento a parlare la lingua del presente, Catalano parla di sentimenti e lo fa senza traccia di autocompiacimento, senza indossare “la toga del poeta”. Amori, sofferenze, momenti di mancanza e di felicità minima vengono descritti attraverso i nostri stessi occhi, con quelle parole che avremmo voluto trovare e che, apparentemente, erano lì, così semplici, appena al di là del pianerottolo.

 

Se questa notte la tristezza
prendesse il sopravvento
se ti sentissi sola
mentre le creature gentili
che vivono nella tua casa
sognano gatti e bambini
se avessi uno di quei momenti
in cui pensi che non ce la fai
basterà che tu esca sul balcone
e sussurri contro il buio la parola segreta.
Se te la fossi dimenticata sappi
che c'è u piccolo foglietto
dove l'ho trascritta
nascosto sotto la casetta
quella di terracotta
luminosa
sul comodino a fianco a letto.
[…]

Le poesie di Catalano le puoi raccontare, regalare, lasciar sedimentare nella testa prima di andare a letto, ma le puoi anche leggere distrattamente concedendoti un momento di silenzio nel bel mezzo di una giornata. Senza pretese, senza sacralità. Sono poesie che dicono cose semplici senza essere banali, che – come tutta la buona poesia – affrontano sentimenti universali e quotidiani evocando in ciascuno qualcosa di diverso. Qualcuno dice che c'è troppa leggerezza in questo stile, che è troppo semplice l'approccio del lettore a questa raccolta. Come se la poesia dovesse essere, agli occhi di chi legge, qualcosa di complicato. Ci dimentichiamo che per secoli una delle più grandi virtù riconosciute ai poeti è stata quella di saper celare, sotto l'apparente immediatezza, una grande complessità di lavoro. Costruire mondi universali partendo da parole immediate, che potessero dire qualcosa a tutti. L'amore di Catullo non si racconta forse per brevi frasi e parole comuni? E l'amore dei trovatori non veniva cantato con l'accompagnamento di uno strumento? La lirica del Cinquecento, il Manierismo e l'Arcadia non vivevano forse di stilemi, di coralità di un racconto che, per ciascuno, subiva poi una trasformazione dando come esito un'interpretazione unica? Ogni poesia ha il suo tempo e la sua funzione, ma non si esaurisce in un'epoca precisa: la testimonia e, allo stesso tempo, ne dilata i confini.

Facciamo che valga la pena
di dirci di farci e baciarci
in questo tempo di zombi.
In questo tempo di zombi
ogni volta
è come se fosse
l'ultima volta.
Facciamo che l'ultima volta
diventi penultima
e indietro così
fino ad arrivare alla prima
quando mi guardavi
con quegl'occhi ridenti che tieni.
Tu dirò che mi stai a cuore
chiederai: e gli altri organi?
A tutti gli organi mi stai.
E intanto che fuori
l'apocalisse
pompa a manetta
saremo ancora capaci
di ridere assieme.

Così può capitare che in un tempo di zombi, in un'epoca di cinismi, in un contesto in cui prevale il disincanto e l'idea che, in fondo, “non ne valga la pena”, qualcuno tenti l'impresa di fare poesia e parlare di sentimenti. Di quelli buoni, di quelli sofferti. Difendere la tenerezza, ridendoci su, eliminando l'idealizzazione in nome della bellezza del quotidiano, è un atto rivoluzionario. E, forse per questo, nella rivoluzione minima di Catalano, fogni volta che ci si bacia muore un nazista.

Ogni volta che mi baci muore un nazista
di Guido Catalano
Rizzoli, 2017

Articolo di Caterina Bonetti

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