“Non sparate sul pianista” Viaggio nel cinema western con Agostino Matranga, di Gaetano Liguori

Scritto da  Martedì, 21 Marzo 2017 

Illustrazioni originali di Giulio Peranzoni

Un saggio sul cinema western appassionato, troppo spesso bollato come cinema di genere; un libro che è un inno al cinema, il racconto è il di svela mento attraverso il western della storia dell'America e del suo spirito oltre che della natura che può essere anche consultato come un manuale. Ricco di spunti e di temi. Originale.

 

Un libro che mancava come accade sempre meno quello di Gaetano Liguori, presentato recentemente alla Feltrinelli Duomo a Milano, che è un inno al cinema come arte di formazione. Il titolo mutua quello di un celebre film e in modo intelligente l'oggetto del libro è nel sottotitolo. Questo è un viaggio nel cinema western ma anche molto anche loro infatti ed è soprattutto un inno al cinema la cui passione nasce per l'autore da ragazzo quando il padre musicista passava con lui e il fratello i pomeriggi al cinema soprattutto guardando western. Si comincia così con il ritratto indiretto della Milano della seconda metà degli anni Cinquanta della periferia "generosa" di Piazzale Corvetto con le tante sale anche di terza visione e soprattutto del potere aggregante di vedere un film condividendo lo idealmente con altre persone in un luogo di aggregazione.
L’epica storia del selvaggio West è così raccontata da uno dei più conosciuti musicisti jazz italiani. Attraverso gli occhi di un bambino degli anni ’50, un ragazzo degli anni ’60, un uomo degli anni ’70 si rivive l’epopea del “cinema per eccellenza”. Tanti i temi trattati che emergono dalla narrazione fluida di Liguori che solo un appassionato di Western può comunicare.
Il cinema western è diventato infatti sinonimo di cowboy, indiani, banditi, sceriffi, losers, desperados. Ma attraverso la sua etica, che esalta i valori della giustizia, dell’amicizia e del coraggio ha influenzato generazioni di spettatori che idealmente hanno cavalcato con John Wayne, difeso i poveri con “i magnifici sette”, lottato per salvare un amico come ne Il mucchio selvaggio perché “se si comincia insieme, si finisce insieme”… tra le avventure di un’esistenza dedicata non solo alla musica ma anche alla solidarietà e a viaggi avventurosi come i suoi eroi, Gaetano Liguori racconta la storia di una passione che ha accompagnato e ispirato tutta la sua vita. Diplomato in Pianoforte e in Composizione elettronica al conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, dove insegna Pianoforte e Storia del jazz, si è affermato come leader del gruppo Idea Trio, tenendo numerosi concerti, tournée e partecipando a viaggi di solidarietà in Europa e nel mondo. Attivo nella composizione di colonne sonore per teatro, cinema, radio e balletto, ha collaborato fra gli altri con il premio Nobel Dario Fo e a vari reading di teatro civile. Assieme a Guido Michelone è autore di Una storia del jazz (Christian Marinotti, 1999) e, con Claudio Sessa, di Un pianoforte contro (Selene, 2003). Tra gli ultimi progetti, ha composto e suonato le musiche della Salmodia della speranza di padre Turoldo nel Duomo di Milano, e nel 2011 ha vinto con Daniele Biacchessi il Premio Unesco per lo spettacolo Acquae Mundi. Nel 2012 ha musicato l’oratorio La bontà insensata su testi di Gabriele Nissim; nel 2013 è stato insignito dell’Ambrogino d’oro, massima benemerenza civica del Comune di Milano, e nel 2014 del Premio Cultura contro le Mafie. Con Skira ha pubblicato Confesso che ho suonato (2014).
Se il cinema western è stato bollato come “cinema di genere”, in effetti racconta l'America e la sua nascita, nonché il suo spirito e l’incontro di un mondo, quello europeo con la natura sterminata e selvaggia di una terra da costruire dove vivevano solo tribù di indiani sparsi qua e là che si sono trovati d’improvviso a contendersi risorse diventate troppo scarse. Attraverso il cinema western l’America si è creato un proprio mito e un immaginario collettivo diventando così una civiltà e come ebbe a dire Sergio Leone la tragedia classica era il western dei greci. I miti si ripetono all’infinito attualizzati e alimentano leggende che hanno il pregio di non sapere quale sia il confine con la realtà. Il libro è un prezioso documento e manuale da consultare per la cinematografia che dall’inizio del Novecento e soprattutto tra gli Anni Quaranta e Cinquanta attraversa il secolo fino agli Anni Duemila, quando dopo la crisi di questo ambito si è parlato improvvisamente di rinascita ma di fatto si è estinta la creatività in una serie di remake. Alla fine anche l’antologia dei film considerati fondamentali dall’autore. Nello stesso tempo è un libro sulla cultura americana e le sue stagioni riflesse sul grande schermo. Tra i tanti temi, quello del viaggio perché la nascita dell’America è legata all’esplorazione e scoperta di un territorio sterminato con una natura magnificente e temibile là dove l’Europa è individuata soprattutto dalla geografia antropologica. Per questo i paesaggi hanno tanta importanza in questa cinematografia, siano i deserti aridi o le montagne e le distese innevate, con lupi e orsi simbolo di questa terra. Nel viaggio c’è avventura, conquista e anche il senso del ritorno come si legge in tanti titoli di un eroe che spesso tornando “a casa” trova le condizioni completamente cambiate come Ulisse a Itaca nell’incontro con i Proci. Un altro tema essenziale e che torna oggi di grande attualità è la frontiera che ha dato origine a tanta letteratura e che non è confine perché, diversamente dall’Europa, è mobile e i confini sono tutti da costruire ma la frontiera come i confini può diventare una barriera. Altre caratteristiche che l’autore mette in luce sono l’importanza della musica e delle colonne sonore che sono una derivazione dal cinema muto che hanno una doppia origine, tipicamente americana, il folk e il jazz ma anche la sinfonia europea legata ad una generazione di pianisti emigrati, come Dimitri Tiomkin, Max Steiner ed Elmer Bernstein. Un posto centrale è quello dell’eroe talora anti-eroe e l’autore fa una disamina molto interessante sulle varie stagioni americane che portano a trasformarne la rappresentazione dai film manichei dove i buoni e cattivi sono nettamente distinti e monocolore, da una parte i bianchi, la cavalleria, la cosiddetta civiltà legittimata alla conquista, dall’altra i “selvaggi” indiani e messicani, la guerra di Secessione, anche se spesso con ricostruzioni storiche che lasciano a desiderare, fino agli anti-eroi di Sam Peckinpah che affronta il tramonto del western (Il mucchio selvaggio) e all’ironia di alcune soluzioni. Proprio in merito alle ricostruzioni è utile leggere le annotazioni di Liguori che evidenzia fraintendimenti non casuali come l’idea di portare in trofeo lo scalpo del nemico attribuita ai pelle rossa mentre invece sembra un’usanza introdotta dai conquistadores spagnoli e a poco poco gli indiani non sono un tutto indistinto ma popolazioni con personalità distinte, che è più o meno quello che oggi avviene per il cosiddetto mondo arabo-musulmano. Un accenno che merita attenzione è la chiave politica e la lettura ideologica che si è avuta negli anni Settanta che a mio parere fa riferimento essenzialmente a tre figure analizzate nel libro: John Wayne, Cleant Eastwood e per altri aspetti il regista romano Sergio Leone il cui ultimo film western, nel 1971, Giù la testa, inizia con un pensiero del quale resta celebre la frase “la rivoluzione non è un pranzo di gala”. Mi piace sottolineare quanto la lettura critica che l’autore offre in questo libro e lo spunto sul lato della letteratura americana che nasce dalle stesse emozioni e storie siano stimolanti anche per la lettura della realtà americana che se almeno in parte ha superato le battaglie dei movimenti neri, certo sul fronte del Messico – che al cinema è stato raccontato da europei come ci fa notare Liguori: Sergej Mihailovic Eizensteijn (russo), Luisi Bunuel (spagnolo) e Sergio Leone (italiano) - ha ancora una questione aperta e spinosa. Per ultimi sono stati i fratelli Coen nel 2007 con Non è un paese per vecchi a parlarne: quel paese che per gli Americani era la terra terribile, un campo di battaglia dove tutto è possibile. Il western mette in luce le contraddizione di una sedicente democrazia che nasce da un popolo “ontologicamente bastardo” che ancora si combatte in nome dell’assimilazione sotto un’unica lingua, un’unica bandiera e soprattutto per il dio dollaro. Altra chiave di lettura che ho apprezzato il fatto che il western sia considerato un genere maschile, in parte maschilista, che usa l’altra metà del cielo solo per far funzionare la pellicola ma che di fatto presenta un’articolata carrellata di profili femminili, dalle donne che guidano il carro e stanno a casa e che sono solo al fianco degli uomini; alle prostitute; alle donne androgine, eroine in qualche modo avvenenti. “Vero esempio di donna che nel West trova la propria personalità è un personaggio storico realmente esistito, Calamity Jane”, anche se la leggenda pare molto lontana dalla realtà e d’altronde la prima è preferita alla seconda. Il western è certamente il regno dell’amicizia maschile, in qualche modo omofoba che solo negli anni Duemila ha sdoganato con il film I segreti di Brokeback Mountain (2005) la questione. Il cinema western è un cinema che racconta storie di battaglie che non sono altro – sembra dirci l’autore – che il lato visibile della ricerca della propria identità metabolizzando il concetto di frontiera: la storia dell’America e la sua letteratura si confrontano fin dall’inizio con questo tema e la sua storia coincide in gran parte con la conquista del Far West; per questo il viaggio è un topos tipico della letteratura di queste parti.
Un libro che non si può né si deve riassumere ma che con grande capacità di sintesi e di incisività è ricchissimo di informazioni assaporate e vissute dall’autore che riesce a trasferirle con grande forza e immediatezza anche a chi non mastica questo “genere” di cinematografia.

Non sparate sul pianista viaggio nel cinema western
con Agostino Matranga
Gaetano Liguori
Illustrazioni originali di Giulio Peranzoni
Skira Edizioni, 2016
16,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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