"Non so non è una risposta" di Eleonora C. Caruso

Scritto da  Domenica, 06 Marzo 2016 

Il fatto è che a me piace, quando tutto sembra buono, ribaltarlo finché non torna cattivo, essere infelice a meno che da un luogo non si stia andando verso un altro, e vomitare perché è un atto che si compie a testa giù. La prima volta che Alessandro mi ha scopato ero così felice, e questo mi ha depresso, mi sono detto eccolo, ho trovato quello che mi tocca non amare.

 

Non sono semplici questi due racconti di Eleonora Caruso e non sono “gradevoli”. La prosa ha qualcosa di spigoloso, di frammentato, d'interrotto, i personaggi si agitano in un mondo troppo familiare per chi – come nel mio caso – ha da poco superato la “soglia” dei trent'anni per permettere di assumere uno sguardo distaccato.
Giovani e non più giovani, avviluppati in nevrosi e malinconie che li hanno accompagnati nella crescita e che sono forse stati l'unico punto fermo in un universo di relazioni dissestate. L'isolamento esistenziale come forma di riconoscimento personale, il disagio come trincea dietro la quale nascondere la paura di poter essere felici. Di fronte a un presente troppo malato di passato, troppo vincolato a dinamiche che, per oscure ragioni, i protagonisti sembrano non riuscire ad abbandonare nonostante l'evidente dolore che provocano, avviene un ripiegamento. Ci si rifugia in rapporti puramente virtuali che, lontani dall'essere etichettati come sconfitta, sembrano essere l'unica forma di sicurezza degli affetti praticabile, oppure ci si lascia assorbire dal male, perché è comunque più semplice, perché lo si conosce, perché è lì, c'è sempre stato.
A volte ci si salva, a volte un'implicita richiesta d'aiuto viene ascoltata, a volte, anche di fronte al caso che sembra aprire uno spiraglio di speranza si reitera il rifiuto. Non ci si riconosce il diritto di vivere e si abdica.

Il fatto è che alla fine salvi lei o salvi qualcos'altro. Edificate una stanza con te all'interno. All'inizio la stanza ha una porta. Il tempo passa e la porta sparisce. Soffri, scopi, gioisci, decidi oggi smetto, poi invece no, ti innamori. Ma una parte di te resta in ombra, un ampio luogo dove il sole non arriva e la neve non si scioglie.

Qualcuno la chiamerebbe malattia, forse è semplicemente un passato dal quale è impossibile liberarsi per paura di perdere se stessi, come se il dolore fosse l'unico elemento in grado di tenerci ancorati alla vita. Ma la sofferenza è esigente e richiede ascolto: se non si decide di provare ad aprire la porta non resta che l'ombra.
Eleonora Caruso tratteggia in due racconti la parabola esistenziale di tanti giovani non più giovani. Non c'è traccia di autoassoluzione generazionale, solo la constatazione di un'evidenza: la sopravvivenza non dipende tanto da una scelta o dal caso, ma da tempi che si combinano in modo corretto, dalla capacità di riconoscere il momento in cui chiedere un appiglio e dalla volontà di saperlo riconoscere.
Brevi e intensissimi, questi racconti dal carattere fotografico lasciano nel lettore la sgradevole sensazione di qualcosa di familiare che spaventa. Dando voce a ciò che “non si è sciolto”, la Caruso suggerisce al suo pubblico una piccola catarsi. O almeno invita all'ammissione, al riconoscimento dell'ombra che si nasconde in ogni atto di sabotaggio che, spesso inconsapevolmente, compiamo verso noi stessi.

Le mie ciglia sfregano contro la pagina, la sposto e poi guardo il sole, per scoprire se magari piango, però non arriva almeno una sensazione intendo, non arriva. Il fatto è che alla fine o salvi lei o salvi te stesso. Sbatto gli occhi e sul foglio volteggia un milione di macchie, poi le macchie diventano tante A maiuscole, che rimangono.

"Non so non è una risposta"
di Eleonora C. Caruso
Indiana Editore, 2013

Articolo di Caterina Bonetti

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