Noces suivi de L’été di Albert Camus

Scritto da  Domenica, 10 Maggio 2015 

Il Camus “romanziere”, poeta in prosa nella sua Algeria, il lato meno letto e meno conosciuto ma a mio parere il più suggestivo che non può esistere senza l’altro. Il libro raccoglie i testi pubblicati tra il 1936 e 1937, Nozze e poi ripubblicati in un numero esiguo di copie ad Algeri nel 1938 da Edmond Charlot, senza modifiche e L’estate del 1954. Sono testi di struggente bellezza, per la scrittura sublime, iconopoietica, di struggente sensibilità, classica nel senso più alto del termine. Sono anche dei cahiers di viaggio, dei documenti di luoghi lontani e affreschi di un mondo che non esiste più, scritti in un francese impeccabile, che fremono di sentimenti, di analisi sensoriali eppure non romantici nel senso più ingenuo del termine, quanto innamorati della scrittura e di quella patria del cuore che per Camus fu l’Algeria.

Difficilmente classificabili, non essendo romanzi in senso stretto, senza una storia e una struttura romanzesca, né pagine di un diario, né saggi ma scritti in prosa, liberi, fuori da un’etichetta come difficilmente etichettabile fu Camus, anche se annoverato tra gli esponenti dell’Esistenzialismo. Ci sono pagine di grande suggestione e ricche a loro modo di informazioni anche se non date in modo mirato e spiegato dedicate ad Algeri che è la città soprattutto delle estati per il Premio Nobel della letteratura nel 1957, la città del mare con la sua baia arrampicata sul Mediterraneo, la cui dolcezza gli appare italiana; ad Orano la sua città, selvaggia “negra”, spagnola, che è la città delle pietre; e ancora Costantina che gli fa pensare a Toledo o Tipasa con le sue rovine. E’ sorprendente come Camus sia attuale nell’analisi che da quella giusta distanza fa dell’Europa, che si è dimenticata della natura e della bellezza e dal quale volentieri prende distanze per ritemprarsi, per ritrovare la luce che è il grido dell’eroe tragico, per apprezzare il cielo che laggiù trova invincibile. In qualche modo le città algerine non concedono nulla alla riflessione e tutto alla passione, al contrario di quelle europee. Così Prometeo diventa l’eroe per eccellenza del quale si è perso il significato: il suo mito racconta di chi ha voluto portare il fuoco e la libertà agli uomini, ovvero la tecnologia e l’arte che devono poter convivere per alimentarsi reciprocamente.

Oggi – quindi allora già negli Anni Trenta – la tecnologia ha preso il sopravvento con l’illusione di poter liberare il corpo dimenticando lo spirito. Quasi una profezia. Sorprendente. Interessante anche i graffi, verità taglienti che sembrano lasciate per caso in mezzo a descrizioni di grande suggestione e respiro dove l’occhio annega volentieri. Il viaggio comincia descrivendo un matrimonio a Tipasa, luogo di incanto; quindi una passeggiata a Djémila, un posto dove non si passa né si arriva per caso ma ci si va espressamente e non tanto agevolmente: è una città ‘pagana’ che non porta da nessuna parte ma è al termine di una strada senza uscita. Algeri è la città già allora dilaniata, sofferente ma dove l’eccesso di beni naturali fa perdonare ogni ruga e stridore della città. In qualche modo quest’angolo del mondo sembra confrontarsi con le città europee che hanno soffocato la cultura e che per altro Camus sembra conoscere bene come Vienna, crocevia di civiltà o Firenze che sembra amare particolarmente descrivendo la collina di Fiesole e il giardino di Boboli. Lo sguardo che si perde ad Algeri soprattutto nei quartieri popolari di Bab el-oued e Bellecourt con il loro brulichio, traffico, agglutinamento di persone e colori, fanno da contrasto all’ordine dell’Europa eppure in Algeria Camus sembra apprezzare e fare i conti con una dimensione dell’anima essenziale: la solitudine, lontana dalla “solitudine popolata” delle città d’Europa. L’invito di Camus è comunque rivolto al mare, a quello luogo di vita, di scambi, a volte pericoloso, sia per la natura sia per la storia che in quella parte del mondo è stata da sempre una storia di invasioni, conquiste, scorribande. E’ pur sempre dal mare però che viene la vita, perché lo scambio anche quando è scontro è pur sempre vita, non dal deserto. Se l’Algeria avesse ascoltato il suo “profeta” forse non sarebbe stata presa in trappola dal terrorismo. Un libro che resta di grande attualità, una meditazione molto sentita sull’afflato e la risposta al bisogno di altrove che il Maghreb può dare all’europeo del sud, anche una riflessione su se stessi e sul destino della civiltà europea, di grande attualità. In ogni caso un libro da leggere perché una lezione di bella scrittura.


Nel 1959, Gallimard ha ripubblicato la raccolta insieme a’ L'estate nel volume Noces, i cui “saggi” sono Nozze a Tipasa (Noces à Tipasa), Il vento a Djémila (Le vent à Djémila), L'estate a Algeri (L'été à Alger) e Il deserto (Le désert)

Noces
suivi de L’été
Albert Camus
Folio Galimard, 1959

In italiano: Il rovescio e il diritto; Nozze; L'estate, traduzione di Sergio Morando, Bompiani, 1959

Articolo di Ilaria Guidantoni

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