“Nessuno doveva sapere Nessuno doveva sentire” di Giovanna Mulas

Scritto da  Mercoledì, 24 Settembre 2014 

Prefazione di Xavier Frìas Conde, illustrazioni di Pinina Podestà, postfazione di Daniela Micheli, musiche di Gianluca Rando

 

Il titolo suona come un manifesto al contrario, una negazione che la programmazione neuro-linguistica insegna che programma la mente al contrario. E’ quello che non sarebbe dovuto succedere, ma che accadendo inevitabilmente porta conseguenze nefaste. Il tema è quello dell’omertà popolare che nasconde ma non elimina lo scandalo. Anche perché è la vita, sembra dirci l’autrice, che è scandalosa in sé, che è meraviglia, sogno e delirio. Nasce dal cuore e dalle carne nella stessa proporzione e quindi dal sangue e nel sangue torna, con la violenza della morte. C’è una dimensione aspra nella scrittura di Giovanna Mulas, incantata e travolta dal vivere, mai rinunciataria al sogno anche con il rischio di addormentarsi e avere un incubo perché questo significa esistere: essere senza sconti. Non basta tacere, nascondersi, farsi finta di: la vita prima o poi scoperchia le parti più buie e non c’è nessuna gravidanza che possa essere celata per sempre, malgrado le bende strette intorno al ventre. Dimenticare e perfino uccidere non serve a cancellare la memoria, perché la vita cosmica sopravvive a noi e sembra perseguitare i nostri peccati anche quando pensiamo di averla scampata, come succede ad un notaio che ha ignorato la donna e il figlio che ha avuto perché la madre del bambino era una serva. I fantasmi, i sogni, gli incubi, sono oltre la materia e più possenti.

Giovanna è la Sardegna, lo è per la lingua perché il libro lo si sente pensato in sardo e si avverte, anche con una certa difficoltà per chi è estraneo a quella cultura, che le parole e le espressioni dialettali non sono inserzioni, quanto il nucleo più forte che resta dalla traduzione in italiano della stessa autrice. Le parole e, in generale, una lingua formano una visione del mondo e l’Accabadora, dallo spagnolo accabàr, finire, è un mito sardo sulla donna che fa finire ‘dolcemente’ la vita, ma che senza appunto quell’ascendenza linguistica non riesce ad esprimere – in una serie di altre affinità e rimandi, come la stessa scrittrice racconta – quel modo di guardare la vita con uno spiritualismo panteistico nel quale si fondono religiosità popolare, superstizione, tradizione orale – che ancora una volta allude alla donna, madre e strega – cultura indigena, pastorale. A ben guardare è quella che dall’altra parte della costa troviamo nella letteratura spagnola e, al di là dell’oceano in molti racconti sud-americani. Tutte terre bagnate dal mare ma rocciose, salmastre, sferzate dal sale e dal vento, ma non aperte verso l’orizzonte che si distende.

Il testo è scabro, scandito in capitoli che sembrano episodi, racconti chiusi eppure intertestuali come se l’isola stringendosi in se stessa legasse tutti gli esseri animati, non solo gli uomini e non solo i viventi in carne ed ossa in un’unica grande saga. Non è la trama che avvince e che dobbiamo seguire, ma è lo stato d’animo, la fluidità tra vita e morte, tra racconto e azione, anche a rischio di perdersi nella complessa simbologia. Emerge un sentire scuro, come se il sentimento non fosse mai bello o brutto ma solidale, generoso o astioso. C’è molto dolore nella maternità solitaria e sicuramente un elemento femminile che si aggira oltre l’incarnazione nell’essere donna. Il femminino è prepotente, predominante e finisce per tenere le fila e guidare le briglie della vita anche se incarnandosi appare spesso come vittima. Se il corpo delle donne denuncia fragilità, è l’animo ’bianco’ o ‘nero’ che sia a rivelarne l’immensità, che fa spavento. Lo sguardo della Mulas sembra sempre rivolto all’interno, all’interiorità e perfino guardando gli alberi e i fiumi si finisce per percepirli come parti di noi, non come elementi che stanno fuori di noi. L’impressione è che si attinga dalla terra, dalle sue viscere.

Il breve testo è denso e articolato e in tutti i suoi aspetti rivela passaggi fondamentali, dalla prefazione, alla postfazione, alle note dell’autrice, alle illustrazioni e musiche alle quali so che Giovanna tiene molto e che guardando e ascoltando ho sentito un’immersione negli aspetti respingenti, surreali e grotteschi, del lato nero del fantastico, che spesso non vogliamo vedere ed è così che anche uno scarabeo che porta fortuna si trasforma in un giudice implacabile.

Avendo conosciuto Giovanna, che la copertina richiama, ritrovo l’energia, il vitalismo, la sua ‘sardosità’, anche se non si dice; non trapela la sua tenerezza e quel calore forte, deciso di chi sa che spesso per poter amare bisogna combattere. Forse la Mulas affida alle pagine il lato oscuro della vita e coltiva per sé l’amore per gli altri e quello che la sua terra ha fatto germogliare in lei anche se con un prezzo molto alto.

“Nessuno doveva sapere
Nessuno doveva sentire”
Giovanna Mulas
il Ciliegio edizioni
17,00 euro
Cd Allegato

Articolo di Ilaria Guidantoni

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