"Nelle alte vie" di Pietro Salvati

Scritto da  Lunedì, 20 Aprile 2020 

Un racconto lungo firmato Pietro Salvati, pseudonimo dello scrittore gattinarese Roberto Travostino, che firma con il suo nome la prefazione, a metà tra il racconto filosofico, nella prima parte, con una ricerca etimologica, corretta e qualche aspirazione a diventare un percorso di formazione, e il diario intimo che probabilmente attinge da elementi biografici di vita vissuta. Il riferimento alle Confessioni di Sant’Agostino è in qualche modo dichiarato, personaggio dal quale il protagonista si distacca per poi riavvicinarsi.

 

La storia racconta la vita di un uomo, un sacerdote; la certezza e il dubbio di una vocazione; il sentiero che, dai cancelli chiusi di un seminario, conduce alle porte di una chiesa aperta fino a tarda notte. Don Gabriele è un uomo che domanda, che cerca risposte: fin da quando, non ancora sacerdote, evade dal seminario per fare esperienza concreta di quel Male astrattamente definito - e temuto - fra le mura sicure della propria cella. In una Torino notturna, avvolta dalle tenebre e dalle luci sgargianti dei locali, don Gabriele compie il suo personale pellegrinaggio ai margini del Male: un nightclub, i marciapiedi dove sostano le prostitute, un cinema per adulti. Senza mai prendervi attivamente parte ma fermandosi ai margini, interessato più ai peccatori che al peccato. Abbandonando il percorso della ragione cerca quella chiesa invisibile, invocata da Kant, come l’unione dei tutti i giusti. Il libro non lascia nulla di non detto ma spiega, dichiara, fonti e teorie, punti di vista, lasciando la teoria alle spalle solo nell’ultima parte quando il racconto si prepara al volo narrativo. Rispetto al male Don Gabriele si interroga sull’origine in particolare quando colpisce i bambini, non limitandosi a definirlo come assenza di bene ma dandogli una sua consistenza, sebbene dagli incerti confini. L’altro tema di riflessione è il bene, non inteso come Eros né come Agape ma come dedizione e cura dell’altro, compassione, facendosi carico del male altrui per poter arrecare sollievo.
Il tormento, il dubbio attraversano il racconto, come se il protagonista, al di là della correttezza dei proprio comportamenti sentisse la necessità di fare qualcosa di più, in particolare di pregare – che sembra il cuore della vocazione religiosa – mentre prega poco e male forse per pigrizia e perché c’è sempre qualcosa da fare. Il diario sembra quello di un fervido credente in realtà più che l’animo di un sacerdote, che risolve laicamente la propria morale nella disponibilità verso l’uomo, i peccatori, prima che orientarsi a Dio. Sullo sfondo la Torino degli Anni ’80, città operaia che vede crescere i conflitti sociali che culmineranno nella ‘marcia dei quarantamila’ ed è preoccupata della crescita della criminalità. Ancora nella post fazione si spiega che il titolo è ripreso da un verso della canzone che Leopardi aveva composto per l’amata Fanny Targioni Tozzetti, Aspasia. Un testo, con una sorta di escamotage che immagina l’autore quale scrittore promettente in ritiro e il lavoro immaginato su un suo manoscritto. Ma questo è svelato solo alla fine, non all’interno del racconto. Ci si chiede quale sia il messaggio che vuol emergere, se quello contenuto, svelato e spiegato nella storia o altro. Il non detto.

Nelle alte vie
Racconto
Marcovalerio edizioni
Cercenasco, Torino, 2017
Pietro Salvati
8 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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