“Nedjma” di Kateb Yacine

Scritto da  Sabato, 14 Marzo 2015 

Nedjma - in arabo stella, nome di donna - è il titolo del primo e più celebre romanzo, in francese, dello scrittore algerino Kateb Yacine che dell’Algeria sotto i francesi ha fatto il suo tema centrale di militanza e di estetica. Dalla critica questo romanzo è infatti considerato un punto di partenza imprescindibile per l’affresco complesso, contraddittorio, rabbioso e a tratti struggente che ci restituisce del Paese.

Pubblicato nel 1956, in piena guerra d'Algeria, trovò subito vasta eco in Francia e all'estero, e venne tradotto in numerose lingue. Il romanzo, dalla costruzione alquanto complessa e di non facile interpretazione, è considerato un'allegoria delle infinite contraddizioni dell'Algeria, incarnata nella protagonista, Nedjma, una nomade, simbolo di una minoranza avversata sia dagli algerini arabi, sia dai francesi, che quattro uomini contemporaneamente desiderano - Rachid e Mourad, cittadini; Lakhdar e Mustafà, campagnoli - tutti imparentati tra di loro, e forse anche imparentati con la stessa Nedjma. La vicenda propone la storia della famiglia Keblouti - Keblout ne era il mitico antenato comune - attraverso le impressioni dei protagonisti. Lo stesso autore definiva il romanzo un'«autobiografia plurale». Nella trama non trama infatti ci sono tutti gli elementi ancestrali dell’Algeria, la sua cultura plurale e contraddittoria come la rivalità tra l’ambiente urbano e rurale, notoriamente territorio dei nomadi.

Il romanzo è avvolgente ma faticoso da leggere e in certi tratti ho preferito lasciar fluire immagini e sensazioni piuttosto che seguirne le vicende e i rapporti complessi, talora astiosi e in altri casi di grande complicità. E’ il romanzo di un uomo, tutto al maschile, anche se si rivela un grande inno al femminile che, ancora una volta, rivela quel femminile guerriero e archetipo della cultura locale identificato nella regina berbera Kahina, eroina che si oppose alla conquista araba. Inoltre, tra le pieghe del libro, si avverte tutta la lontananza tra il mondo arabo-saudita e quello mediterraneo del maghreb, nella diversa concezione dell’islam. Il romanzo, per certi aspetti intimistico, per altri epico, poetico, è una visione corale di un luogo, il nord Africa, martoriato dal dolore e una storia plurale. Scritto sostanzialmente prima del 1º novembre 1954, data dello scoppio dell'insurrezione, il romanzo è stato letto come un compendio sull'Algeria colonizzata che annunciava la necessità della sua liberazione. C’è un passaggio molto bello nel quale si dice che il popolo era considerato nulla e per questo ignorato. Fu allora che cominciò a far paura. C’è il senso della rivolta che cova, soprattutto nell’ambiente rurale, dove il lavoro è il terreno di gioco dei padroni sui colonizzati e per certi aspetti ricorda anche la trilogia dell’altro algerino Mohamd Dib.


Kateb Yacine (1929-1989) ebbe modo di sottolineare lui stesso che «all'epoca si trattava di dimostrare in francese che l'Algeria non era francese» e non è un caso che sia sua l’espressione del francese come bottino di guerra. Ma Nedjma rompeva anche con la letteratura di testimonianza diretta sulla colonizzazione. D’altra parte – evento insolito – il romanzo era preceduto da un'«avvertenza» attribuita agli «editori» che riconosceva come in esso fossero presenti procedimenti narrativi «talora sconcertanti per il lettore europeo» e che quindi, per evitare al lettore di perdersi in un intrico più apparente che reale, ne proponeva un riassunto. Molti sono stati i riferimenti proposti per trovare una collocazione a questo oggetto incongruo che era Nedjma: c'è chi lo ha ricollegato ad una matrice faulkneriana, chi alle influenze del Nouveau Roman; più scaltramente, l’«avvertenza» degli editori vi rinveniva non poche tracce della tradizione letteraria araba.


La struttura del romanzo, in effetti, non può che disorientare il lettore: la cronologia è confusa, i punti di vista narrativi sono molteplici, ripartiti tra quello del narratore esterno e quelli dei quattro personaggi principali, di cui a volte il romanzo sposa i flussi di coscienza. Formalmente, il libro è diviso in sei parti, che si suddividono in dodici (o due volte dodici) capitoli o sequenze, più o meno brevi, a volte limitate ad una mezza pagina. Questi frammenti sono numerati da I a XII e la numerazione, come quella degli orologi, ricomincia daccapo quando un ciclo duodecimale è concluso. Questa costruzione circolare è sottolineata dal ritorno letterale della sequenza iniziale nelle ultime pagine del libro. Alcuni motivi ricorrenti (il coltello che circola di mano in mano, la ripetizione di scene di tortura) impongono un'atmosfera continua di violenza. Ma non vi è alcuna unità di tono o di genere: la costruzione destrutturata giustappone racconto tradizionale riferito da un narratore (c'è chi ha visto nelle prime sequenze un centone di Lo straniero di Albert Camus), scene dialogate, frammenti di diari intimi, monologhi interiori, testi poetici. Questa complessità di costruzione, gli intrichi testuali, la giustapposizione di elementi di diverso ordine e diversa temporalità rendono la lettura una decifrazione ed una scoperta di una storia di famiglia andata in pezzi. Un'«autobiografia plurale», diceva Kateb Yacine. Infatti, il racconto si organizza intorno a quattro giovani, Rachid e Mourad, i cittadini, Lakhdar e Mustafa, i campagnoli, quattro cugini (Lakhdar e Mourad si riveleranno fratelli), discendenti dallo stesso antenato tribale, Keblout, e innamorati della stessa donna, la misteriosa Nedjma, sposa di Kamel, che non ama (che forse ne è il fratello). Nedjma è la figlia di una francese, forse di origine ebraica, che ha avuto molteplici legami con amanti arabi: « Stoffa e pelle lavate di fresco, Nedjma è nuda nella sua veste; scuote la sua gravosa capigliatura fulva, apre e richiude la finestra; si direbbe che cerca, instancabilmente, di scacciare l'atmosfera, o quanto meno di farla circolare coi propri movimenti; sullo spazio fresco e trasparente del vetro, le mosche acquattate si lasciano colpire o fingono di essere morte ad ogni spostamento d'aria...» Forse lei è la figlia di Si Mokhtar, avventuriero fantastico e mitomane, che aiuta Rachid a rapire Nedjma per condurla a Nadhor, mitica culla della tribù dei Keblouti.

Nedjma è anche un’allegoria dell’Algeria, del suo essere femmina, conturbante, di una bellezza travolgente, meticcia e mediterranea. E’ d’altra parte alla donna che Kateb sembra affidare la liberazione, ad un tempo di un paese, di un popolo e di una mentalità.

Infine, una nota sullo stile, la bellezza della scrittura francese del maghreb che conserva tutte le sonorità dell’arabo e l’eco di altre lingue con momenti di grande poesia e lirismo che ci porta a spasso anche per l’Algeria di città in città, di vallata in vallata, con un lato onirico che aumenta il fascino e la difficoltà del romanzo.

Nedjma
di Kateb Yacine
Editions du Seuil, 1956 e 1996

Nedjma, trad. di Giovanni Mascetti, Milano, Jaca Book 1983 (2 ed. 1996)

Articolo di Ilaria Guidantoni

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