“I Miracoli” di Abbas Khider

Scritto da  Giovedì, 02 Giugno 2016 

Un testo dolorosamente poetico nel suo incedere scabro, non tipicamente lirico: l’esperienza drammatica della paura in uno stato dittatoriale, il carcere, la tortura che diventano metafora di una condizione diffusa del mondo arabo attuale, vissuta dall'interno. Nello stesso tempo questa autobiografia-romanzo è una ballata alla vita, una danza che non rinuncia a sognare e che nella dedica racchiude il senso dello scrivere stesso, come unica possibilità di vivere quando si è in una gabbia.

 

I miracoli è un’autobiografia contemporanea dotata di una struttura singolare, ciclica, dove più volte si torna come a ripetere, a ripercorrere lo stesso viaggio, metafora dell’essere migrante, della condizione del fuggitivo. Quasi una sceneggiatura, a tratti il diario di un pensiero ossessivo, come fossero appunti di sedute psicoanalitiche, con il bisogno di tornare sui particolari dolorosi per liberarsene una volta per tutte. E’ tipico questo coraggio caparbio di certi autori contemporanei mediorientali che in prima persona hanno vissuto la prigionia di cercare attraverso la scrittura pubblicata, quindi con la condivisione, una catarsi dell’anima e non solo il coraggio di una testimonianza. Abbas Khider, nato a Bagdad nel 1973, arrestato e detenuto a diciannove anni sotto il regime di Saddam Hussein ha in testa solo una cosa: fuggire il prima possibile e il più lontano possibile. Così nel 1996 se ne va approdando in Giordania, Libia, quindi riuscendo ad arrivare in Tunisia, un paese che sembra avanti un secolo e gli appare come un’oasi; ma respinto torna in Libia, da qui in Turchia, poi in Grecia da dove arriva a Patrasso e alla volta dell’Italia. Nel Belpaese raggiunge Bolzano, per arrivare in Austria e in Germania con una meta in testa: la Svezia che non riuscirà a raggiungere perché in Germania viene fermato e diventa un richiedente asilo, così acquista il diritto di rifugiato ma perde la possibilità di uscire dai confini tedeschi. E’ l’ultimo miracolo. Il titolo che descrive la seconda parte del libro è un inno alla vita, un omaggio spirituale alla sacralità più profonda senza essere religioso ed è la capacità di sognare nel senso più alto del termine.

Rispetto ad altri autori mediorientali che hanno vissuto situazioni affini, non ha claustrofobia il suo scritto, ha perfino una leggerezza, una bella scrittura che si assapora con poeticità. Il testo è anche una ballata e c’è un passaggio magnifico nel quale lo scrittore racconta come la danza appassionata, sentirsi come Zorba il greco, diventa la cura nelle situazioni che sembrano senza sbocco, quando qualcosa va storto, quando non sembra esserci via d’uscita. Ha certamente doti di narratore perché riesce con l’espediente di una busta che contiene un manoscritto che racconta la sua vita, una busta senza indirizzo e che tuttavia trova accanto a sé in treno – che apre e chiude il libro – ha rendere l’autobiografia un romanzo e non solo, anche l’affresco che emerge dalla situazione dei paesi arabi attualmente, per quanto fedele, traspare a poco a poco dai racconti, dalle emozioni ma non viene descritta come soggetto della scrittura. Trovo che in queste pagine la realtà emerga senza nessuna volontà di diventare un manifesto o nessuna tentazione giornalistica anche se c’è una puntuale descrizione del clima come ad esempio in Tunisia ai tempi di Ben Ali e del fatto che il Paese era libero, almeno apparentemente, addirittura libertario e che tutti potevano fare quello che volevano salvo discutere di politica. Altro elemento interessante che sento di condividere pienamente è la scrittura come quel mondo interiore che nessuno può rubare e che offre una bombola di ossigeno quando si rischia di soffocare e che talora diventa una mania irrefrenabile, definita addirittura come una diarrea, incontenibile.

I Miracoli
di Abbas Khider
Il Sirente – Altri Arabi
aprile 2016
15,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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