"La Mediterranee: mer de nos langues" di Louis-Jean Calvet

Scritto da  Sophie Moreau Martedì, 11 Agosto 2020 

Un libro splendido, illuminante, una grande summa del Mediterraneo dal punto di vista della lingua e delle lingue, raccontati in modo colto, dotto ma senza pesantezza, scoprendo che la parola è il cuore della vita. Il Mediterraneo si racconta attraverso le lingue e le lingue restituiscono quel mosaico denso e intrecciato del mare nostrum. La lingua è la voce di una persona, di una comunità e di un popolo e come tale si evolve, vive e qualche volta muore, contaminandosi, cambiando, acclimatandosi. In tal senso emerge un’affascinante ecologia della lingua che sul modello darwiniano ci svela la convivenza umana. Un tesot imprescindibile anche in termini di metodologia storica.

 

Fenicio, aramaico, ebreo, greco, latino, etrusco, berbero, arabo, turco, spagnolo, italiano, francese: queste lingue che seguono la circonferenza mediterranea ci parlano della storia di questo continente liquido. Sono dapprima la traccia degli imperi e delle potenze che si sono succeduti in questo mare chiuso, ma anche dei traffici commerciali, delle idee e delle merci, in particolare delle derrate alimentari che hanno costituito questo spazio omogeneo quanto articolato. Questo libro si basa su una approccio sociolinguistico e geopolitico, prende dunque le lingue, " linguae nostrae ", come fil rouge di questa storia, visto che le parole e le lingue hanno una memoria. Sono il testimone delle interazioni, delle conquiste, delle spedizioni, delle circolazioni. Che siano nelle impronte, la semantica, gli alfabeti o la toponimia alla quale il testo dedica molto spazio con una serie di esempi curiosi quanto divertenti e illuminanti, le tracce degli scambi in senso al mare nostrum sono indubbiamente numerosi. Dal viaggio di Ulisse alle migrazioni di oggi, questo l’orizzonte, passando attraverso le Crociate – un nodo fondamentale che dalla parte degli arabi furono in alcuni casi vissute come una conquista francese, come racconta molto bene lo scrittore libanese, cristiano-maronita, francofono, Amin Malouf (in Le crociate viste dagli Arabi) e Gli scali del Levante, sempre per usare il titolo di un romanzo di Malouf, queste lingue sono forgiate e abitate dal Mediterraneo. Sono plasmate dagli avvenimenti storici che lo hanno segnato facendone un laboratorio della cosiddetta civiltà occidentale da oltre 3mila anni.

Louis-Jean Calvet propone, attraverso un’opera relativamente concise, un testo ambizione nel quale rintraccia da una parte la storia dei diversi popoli che hanno vissuto lungo le rive del Mare bianco di mezzo, per utilizzare la terminologia araba e non solo, attraverso l’ottica delle lingue, in particolare nella prima parte “Storia delle lingue” appunto. Nello stesso tempo nella terza parte, “La storia al presente”, compone l’affresco quale oggi risulta con una considerazione finale ampia sulla politica linguistica e l’inevitabile hit parade della lingue che ne consegue; per cui una lingua dominante sarà sempre più forte ma sempre più autoreferenziale. A livello mondiale si traduce soprattutto dall’inglese ma poco in inglese con il risultato che gli anglofoni conosceranno sempre meno le altre culture.

L’autore ci conduce in un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo, cominciando dalle spedizioni dei Fenici lungo l’asse est-ovest per finire alle migrazioni odierne che sono per lo più lungo l’asse sud-nord. Un percorso che si snoda anche attraverso molti studiosi come lo storico Fernand Braudel o Jocelyne Dakhlia; gli storici della lingua come Ferdinand Brunot; sociolinguisti Cyril Azlanov o scrittori come Predrag Matvejević, offrendo così molti spunti di approfondimento.

Il punto di partenza è il Mediterraneo stesso, la storia del suo nome designato all’inizio come Yam, dio del mare nelle tavolette d’Ougarit, risalenti al 1300 a.C.; menter nell’Antico Testamento è indicato per lo più con il termine generico di “mare”. Poi sarà il nostro mare per il Romani, mare nostrum; il mare interno per i Greci. Certo l’espressione latina che rimanda a un mare in mezzo alle terre, una sorta di grande continente liquido, avrà grande fortuna e sarà ripreso dall’ebraico, le lingue romanze e germaniche; con eccezione dei Turchi e degli Arabi che parleranno rispettivamente di mare bianco e mare bianco di mezzo.

L’autore passa così ad esaminare i diversi alfabeti e l’aspetto iconografico delle lettere che gradualmente diventeranno simbolico con una differenziazione e anche un intreccio, come nel caso dell’alfa, che rimanda inizialmente ad alef, ‘bue’, per poi diventare semplicemente la prima lettera dell’alfabeto. Quindi storicamente comincia il viaggio delle migrazioni a partire dai Fenici e dalle conseguenze linguistiche della loro politica commerciale negli empori che durerà più di un millennio. La supposizione degli incontri con altre lingue dovuta all’assenza quasi di fonti scritte, sembra comunque attestare che la lingua punica fosse ancora parlata nel V secolo nel Maghreb attuale accanto al greco e al latino in una situazione di plurilinguismo. Come mostra bene l’autore tracce del punico affiorano ancor oggi ad esempio nell’arabo e comunque il Mediterraneo vive di queste contaminazioni.

Il caso dell’ebreo fa parte delle lingue che non vengono più parlate ma che si sono conservate grazie alle pratiche religiose, considerate lingue sacre perché la lingua dei testi sacri. Tra l’altro con il sionismo l’ebraico ha attraversato una risurrezione e si è modernizzato e rivitalizzato, mentre come lingua scritta non è mai morta. La scarsa diffusione è dovuta al fatto che coloro che la parlano sono poco più di 5 milioni in tutto il mondo e in effetti una lingua si impone soprattutto grazie al numero di persone che la parlano; anche se il valore simbolico può essere diverso.

Le crociate, a partire dall’XI secolo, pongono la questione delle lingue parlate dai Crociati e dal contatto con le altre del Medio Oriente con una diversa prospettiva da parte dei Crociati e dei Saraceni. Interessante il tema del ‘francese levantino’, un francese che sorge da una serie di parlate in terra di Francia e dal latino all’incontro con l’arabo. La lingua franca, parlata nel Mediterraneo dal XV al XIX secolo fu sicuramente un sabir di lingue romanze con un’influenza di turco e arabo, molto debole. In particolare l’autore mette in guardia dalla confusione tra la lingua franca parlata dai Crociati in Medio Oriente e la lingua franca parlata come lingua veicolare nel Mediterrano occidentale, lingua di lavoro utilizzata soprattutto nei porti che diventa un fenomeno sociale, politico e/o economico.

Per avvicinarsi alla modernità poi si passa a definire le politiche linguistiche, ovvero le strategie per l’affermazione di una lingua e le Quattro situazioni sociolinguistiche del Mediterraneo ‘moderno’. Il panorama era formato da quattro situazioni: la situazione post coloniale nel Maghreb e le politiche di arabizzazione; la rivoluzione linguistica turca alla caduta dell’Impero ottomano, portata avanti dai Giovani Turchi e, in particolare, da Mustapha Kemal; la gestione greca della diglossia tra katharévoussa, la lingua ‘pura’, alta e la démotiki, popolare; le diverse politiche linguistiche rispetto alle minoranze con l’affermazione della lingua ufficiale e nazionale, come il tamazighe in Marocco e Algeria, il catalano in Spagna, il corso in Francia. Un capitolo spesso doloroso perché la lingua avvicina o isola ed essendo anche una visione del pensiero oltre che uno strumento di comunicazione, tende a valorizzare una civiltà a discapito di un’altra. In tal senso il ruolo della traduzione è estremamente importante.

Louis-Jean Calvet, linguista, è l’autore di numerose opere tra cui Linguistique et colonialisme (Payot, 1974), La guerre des langues (Payot 1987), Roland Barthes (Flammarion, 1990), La sociolinguistique (Que sais-je-?, 1993), Pour une écologie des langues du monde (Plon, 1999), Il était une fois 7000 langues (Fayard, 2011).


La Méditerranée: mer de nos langues
di Louis-Jean Calvet
CNRS Éditions
2016
pp. 328

Articolo scritto da Sophie Moreau

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