Maria Anna De Rosa - Sotto le fronde del gelso (Gruppo Albatros Il Filo Roma, 2012)

Scritto da  Ilaria Guidantoni Giovedì, 10 Gennaio 2013 

Questo libro mi è stato regalato da un amico comune che ha scambiato i nostri libri. Maria Anna De Rosa, al suo esordio letterario con “Sotto le fronde del gelso” – la foto di copertina è sua – mi ha riportato alla mente con la buona letteratura per ragazze perbene tra Otto e Novecento, nello stile e nel contenuto.

 

 

 

Fino dal nome della protagonista, Emma, la mente torna ai romanzi ottocenteschi in questo caso senza pruderie. L’aspetto sul quale mi sono soffermata maggiormente, leggendo questa scrittrice – nata ad Albanella e residente in un paesino dell’Irpinia – è lo stile, un italiano scorrevole e terso, rigoroso e piano come difficilmente ormai si legge. Quello che diremmo un tema ben scritto. In effetti non conosco la scrittrice e volutamente non me ne sono voluta informare prima e durante la lettura - mi farà certamente piacere incontrarla in seguito – per non restarne condizionata, oggi che troppo spesso il romanziere è prima personaggio, poi penna, infine una persona. L’idea, forse complice la storia della protagonista, è quella di una professoressa avvezza alla buona letteratura, che indaga senza morbosità, né effetti speciali, ma neppure categorie prestabilite l’animo femminile. Una vita tormentata come tante che per la sua ordinari età straordinaria vale la pena di essere raccontata.


I dolori e le gioie non sono solo quelle di una follia, divenuta fin troppo ordinaria per essere originale, né i drammi sono solo quelli che contengono una nota esagerata o trasgressiva. Emma è una ragazza di buona famiglia, figlia di persone perbene e colte – la madre pianista, di nobile lignaggio e il padre docente universitario. Purtroppo la sua infanzia ed adolescenza maturano nel rigore freddo di un uomo che non riesce ad esprimere i propri sentimenti e di una madre fredda, distaccata per la quale regole e disciplina vengono prima dell’amore, essendo questo asservito a quelle piuttosto che le prime funzionali al secondo. Sarà una timida voglia eversiva, non sovversiva, forse con la speranza intima di avvicinarsi al padre a portare Emma sui sentieri dell’amore, tardivo ma profondo, quello per il marito un ricercatore conoscente della famiglia. Il matrimonio, ostacolato dalla madre, finirà tragicamente per la nostra protagonista. IL suo bisogno di dare amore non si arrenderà in un’amicizia forte e intima con un’amica e la figlia, un sodalizio femminile e una maternità ritrovata sotto altre forme, rispetto a quelle originariamente desiderate. Tuttavia, anche nella vita piena e forse un po’ chiusa, protetta di Emma, il desiderio di vivere risorgerà, malgrado la timidezza e la reticenza iniziale.


Lascio al lettore percorrere l’esito di queste pagine, seguendo il filo dialettico del desiderio nella sua schermaglia tra sfida, insicurezza e paura. Il libro sembra dirci con toni delicati dimenticati in questo mondo che l’amore autentico è il valore fondante della vita al quale non ci si può sottrarre e non è detto che lo si trovi con l’abito con il quale lo immaginiamo. Perfino la virtù qualche volta non ha la veste con la quale siamo abituate ad incontrarla. La trasgressione che la vita ci consente è per affermare il principio dello spirito sulla legge, un mondo nel quale il matrimonio interiore vince su quello riconosciuto dalla società.

 

Articolo di: Ilaria Guidantoni

 

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