“Lo zen e l’arte di mangiar bene” di Seigaku

Scritto da  Domenica, 08 Gennaio 2017 

Un manuale sulle regole del mangiare zen, dalla preparazione, al modo di mangiare e soprattutto di servire il cibo, mettendo quest’ultimo al centro della spiritualità. Può essere letto come un insieme di regole e la narrazione di una spiritualità orientale, un testo di alfabetizzazione o anche, forse in modo più utile, uno spunto di riflessione che ciascuno può declinare secondo la propria sensibilità e contesto socio-culturale, per ammissione dello stesso autore. Colpisce lo stop che si impone nel caos metropolitano e la delicatezza, l’umiltà, con le quali si porge l’autore che non ha il tono del guru né del direttore spirituale.

 

Un piccolo libro che si può leggere d’un fiato per la sua piacevolezza o anche un manuale da studiare con tanto di illustrazioni e didascalie che aiutano molto la comprensione, come il dizionario finale. Colpisce lo stile dialogico, quasi una lettera sommessa che si rivolge al lettore con il quale scrive l’autore, Seigaku, che negli anni dell’università si avvicina al Buddhismo e intraprende il noviziato come unsui a Eiheji, il più importante monastero del Giappone. Dal 2011 vive a Berlino dove tiene corsi di meditazione e con grande umiltà e semplicità non detta regole ma racconta il proprio percorso evidenziando le perplessità e le difficoltà anche una volta compiuto il cammino soprattutto quando si è trovato in città stressanti come Tokio dove racconta più facile desiderare cibi dolci e unti o a Berlino dove non necessariamente si trovano le condizioni per una pratica ascetica, a cominciare dagli stessi ingredienti. Si sottolinea anche la possibilità per gli stessi monaci che in condizioni dove ad esempio la presenza vegetale è minima, di nutrirsi prevalentemente di carne, rovesciando i dettami fondamentali della cultura zen.
E’ un testo che offre molti spunti di riflessione alcuni dei quali li riproporrò di seguito anche se evidentemente è difficile poter seguire fuori di un monastero e di condizioni di isolamento in comunità omogenee l’arte zen che è attraversata da un mood tipicamente orientale e presuppone anche delle condizioni di vita specifiche. L’unico punto sul quale dissento dal punto di vista scientifico è l’opportunità di mangiare sempre le stesse cose che per quanto sane sono ripetitive e molto limitate, un esercizio che può funzionare spiritualmente come addestramento ma che anche per lo spirito è dannoso a mio parere; per non dire vietato al corpo.
Per alcuni aspetti il tema è quello delle buone maniere che si sono perse, dove l’accento non è sulla formalità ma sull’interiorizzazione della regola che diventa uno stile di vita e che non viene più percepita come un’imposizione e anche il clima che si respira indirettamente nel monastero non sembra severo quanto rigoroso. Uno degli elementi che emerge è l’importanza della convivialità e del mangiare e servire l’altro: “l’efficienza di questi riti si percepisce in maniera chiara quando si è in tanti” per il loro obiettivo comune è di mantenere l’armonia. E lo stesso cibo sembra animarsi: per questo occorre provare verso il nutrimento gratitudine e compassione evitando gli sprechi e riciclando tutto il possibile, come l’acqua di cottura del riso per innaffiare le piante. Mangiare con qualcuno esprime intimità, condivisione che è tanto più forte quanto è legata a un gesto, indipendentemente dalla chiacchiera. E’ certamente un’idea molto lontana da quella occidentale ma quando si è davvero in sintonia con qualcuno non c’è bisogno di parole. Il cibo diventa quindi un ingrediente centrale della via per la sacralità che nutre il corpo nel suo insieme e salvaguardando i suoi organi insieme può garantire l’armonia della mente. Un rovesciamento dei parametri abituali nel nostro modo di leggere la realtà anche se si tratta di un rovesciamento di prospettiva non di un’affermazione del materialismo o dell’organicismo. Il buddhismo porta dunque con sé l’importanza dei lavori manuali e anche dei lavori umili che non sono una diminutio per la mente, così il prendersi cura dei propri utensili diventa un modo per prendersi cura del proprio corpo come se fossero una nostra estensione. L’accento è messo – ed è quello che più mi ha colpita – sul servizio che è ascolto dell’altro, cercando di rispettare i tempi dell’altro, i ritmi, come una danza a due, non essendo troppo precipitosi, non andando di fretta ma non facendo aspettare. Se si legge attentamente il libro si ha l’impressione che l’educazione al cibo diventi un’educazione sentimentale che per altro ci accompagna tutta la vita da quando si nasce con la madre che ci offre il seno a quando si muore. Un libro da leggere per curiosità, per saperne di più di un mondo lontano e approfondire una spiritualità che sta offrendo non poche suggestioni anche all’Occidente ma anche per provare a rimetterci in discussione.

Lo zen e l’arte di mangiar bene
Le buone regole di un monaco buddhista per essere in armonia con se stessi
di Seigaku
Antonio Vallardi Editore
Milano, 2016

Articolo di Ilaria Guidanttoni

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