“Les rêves perdus de Leyla” di Mohamed Harmel (Arabèsques)

Scritto da  Sabato, 14 Maggio 2016 

Romanzo onirico – letteralmente I sogni perduti di Leyla - e per certi versi iperalistico tanto da essere una mappa dettagliare di un quartiere di Tunisi: scrittura fluida che trascina il lettore in un vortice nel quale non si distingue più il reale dal sogno che spesso si tramuta in incubo. Comar d’or, il principale premio alla narrativa della letteratura tunisina, primavera 2016.

La ventesima edizione del Comar d’or per il romanzo tunisino 2016 in lingua francese è stata assegnata a Mohamed Harmel, architetto di formazione che sta seguendo un master in filosofia all’ISSHT – Institut Supérieur des Sciences Humaines de Tunis. Il suo primo romanzo, Masques, nel 2013 ha ricevuto il premio Comar découvert (per gli esordienti). Ho incontrato questo autore qualche anno fa alla pèrima Edizione del Forum degli Scrittori Euro—Maghrebini promosso dalla Commissione Europea sulle identità plurali. Il romanzo è apparentemente una cronAca-diario di un uomo afflitto dalla separazione da una storia d’amore che diventa metafora del distacco dalle persone care che restano in noi grazie alla memoria e al potere dei ricordi, una via che ci consente in qualche modo di donar loro l’immortalità e di scendere nelle profondità dell’altro e forse di noi stessi. Così il personaggio principale è Leyla, la cugina morta troppo presto di malattia, che ha perso così tutti i suoi sogni e rispetto alla quale il protagonista si sente impotente e in qualche modo colpevole. La figura alla quale è stato tanto legato assume nella dimensione onirica una trasfigurazione che è a tratti sublime e a tratti mostruosa perché così è la dimensione del sogno-ricordo che agita in noi il groviglio dell’inconscio. Le persone che amiamo ci sembrano infatti immortali ma d’un tratto ne scopriamo la fragilità, figure non di ottone ma di porcellana che, da un momento all’altro, possono andare in mille pezzi. Allora cerchiamo inevitabilmente di rimetterli insieme sapendo che è un lavoro doloroso, destinato ad essere sconfitto ma al contempo irrinunciabile. Citando esplicitamente Murakami, l’autore giapponese di Dance, dance, dance, Harmel ci fa vagare sul limite che distingue il reale dall’immaginario e che molto spesso diventa l’orlo di un baratro. Interessante perché questo romanzo senza trama è direi quasi paradossalmente georefenziato e ambientato nel quartiere de La Marsa a Tunisi, dove io stessa vivo, quartiere residenziale della banlieue nord che ricostruisce con una mappatura dettagliata e fotografica e con pennellate rapide, date quasi per caso, traccia il dramma di un popolo e l’allucinazione collettiva che dura senza tregua da oltre un secolo: prima la colonizzazione francese dal 1881, fino al 1956 quando i bey, i signori locali, sono stati ridotti a figuranti del potere e nel frattempo l’ascesa del partito nazionalista, quindi il potere padronale dopo l’Indipendenza fino al colpo di Stato “medico” da parte di Ben’Alī e l’istituzione di uno stato di polizia; se la rivolta del gennaio 2011 ha aperto le porte alla speranza il partito religioso le ha di nuovo chiuse fino ad uno stallo di incertezza e di relativa miseria attuale anche se resta fuori ogni riferimento alla minaccia terroristica, forse proprio per lasciare agire il piano narrativo senza ridurlo a quello giornalistico.

Interessante anche l’accenno all’innamoramento da parte dei giovani del Partito Comunista come di una speranza insieme a quella della cultura, unica spinta per evitare la spirale di violenza. Alla fine quasi un acquietarsi quando “io stesso – scrive l’autore – sono giunto quasi alla fine del mio viaggio”, divenendo in qualche maniera un fantasma a sua volta. Allora, quando c’è l’abbandono, non so se la resa, ma certamente la consapevolezza dell’inevitabilità del sogno come ineffabile, anche Leyla sembra finalmente allontanarsi. I ricordi restano, sepolti una volta per tutti senza più minacciare. Così quel “Paese del nulla” dell’inconsistenza sembra dissolversi. Mi pare che nel libro ci sia un’oscillazione tra l’incubo dei sogni, il mondo interiore e quello del potere esterno, che tritura come una macchina. In qualche modo la capacità di navigare, forse surfare sull’onda dell’inconscio, rende l’uomo libero anche se a rischio, com’è d’altronde, ogni esistenza. L’edizione 2016 è andata per il romanzo tunisino di lingua francese a Fawzia Zouari con Le Corps de ma Mère ex-aequo con Faouzi Mellah perr Ya Khil Salem’, due opere pubblicate dalle edizioni Demeter di Tunisi. Per il romanzo tunisino di lingua araba il premio è andato, anch’esso ex-aequo a due autrici, Nabiha Aïssa per il romanzo Maraya Al-Ghieb (specchi dell’assenza) e Emna Remili Oueslati per Toujan’. Gli altri romanzi premiati sono Al-Massab (La discarica) di Chedia Kasmi e Sairatou Al-Maatouh (Biografia di un sempliciotto) di Mouldi Dhaou, che hanno ricevuto, ex-aequo, il premio speciale della giuria di lingua araba. Per il premio Découverte la vincitrice è stata Hanene Jenane con Katariss (scritto in arabo) e Wafa Ghorbal per Le Jasmin Noir (Il gelsomino nero, in francese).

Les rêves perdus de Leyla
di Mohamed Harmel
Arabèsques 2016
15,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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