“Les Berbères. Mémoire et identité” di Gabriel Camps

Scritto da  Sophie Moreau Giovedì, 06 Luglio 2017 

Un popolo affascinante come tutti i popoli misteriosi che unisce l’arcaicità e la vitalità, quel sentimento di resilienza e di permanenza nei secoli, millenni che lo rendono ancorato alle tradizioni eppure estremamente combattivo. Il più grande studioso di identità berbera ci restituisce un affresco estremamente approfondito eppure intriso del piacere della narrazione, una storia dove le tesi, soprattutto aprioristiche, non trovano posto. Mirabile il lavoro di umiltà continuamente sollecitato da domande più ce dalla voglia di dare risposte. Il testo è un tassello essenziale per capire il mondo mediterraneo oggi a prevalenza araba e per questo assume una valenza politica di estremo interesse.

 

I Berberi esistono dai tempi dei faraoni egiziani eppure oggi pochi ancora sanno chi sono, conoscono la loro o meglio le loro lingue, costumi e la storia che si è intrecciata a quella di altri popoli, romani, arabi, francesi in primis ma anche ad altre religioni, contribuendo ad una diversa affermazione. Normalmente li si colloca nel Maghreb, in particolare tra Marocco ed Algeria ma di fatto occupano un territorio molto vasto, dalle Canaria e storicamente una parte della Spagna fino al Medioriente, assumendo caratteristiche molto diverse, nei vari territori e con una netta distinzione tra comunità rurali e cittadine. Affermando l’unicità e la continuità geografica del popolo berbero che sembra di origine orientale, definisce gli autoctoni del Nord Africa come “stranieri”, quasi un ossimoro. Protostorico, pur non essendo un linguista di formazione né un berbérisant, né un etnologo di formazione, l’autore ci restituisce un quadro unitario senza appiattirne la varietà. In particolare cerca di restituire la voce a delle genti che da sempre vengono considerate ben poca cosa rispetto ai conquistatori, Romani o Arabi, mentre questo popolo con una tradizione soprattutto orale ha mostrato un attaccamento fiero e rigoroso alla tradizione che lo ha reso stabile nel tempo, senza necessariamente essere conservatore, diventando davvero un caso singolare nella storia. Apparentemente infatti l’assimilazione arabo-musulmana (i due termini non sono sinonimi e talora individuano due percorsi distinti) schiaccia i popoli maghrebini essendo anche piuttosto rapida ma ad oggi si mantiene intatta una cultura berbera, con un’unità di fondo di tipo linguistico malgrado le tante lingue e di alcuni caratteri quali quelli artistici individuati soprattutto dalla ceramica anche se questo aspetto potrebbe essere riduttivo rispetto alla ricchezza e complessità della loro identità. A livello regionale poi ci sono popolazioni differenti con abitudini e anche modelli politici distinti che si coagulano intorno a quella che forse è la comunità più sostanziale, quella dei cabili, nell’omonima regionale dell’Algeria e i Touareg. Tra gli Arabo-Berberi si distinguono i gruppi cittadini da quelli sedentari di agricoltori (coltivazioni di cereali, palme da dattero, albicocche e fichi ma anche verdure) e dai nomadi, che vivono dell’allevamento ovino e, più al sud, dei cammelli anche se le tribù cammelliere sono successive. Se la religione musulmana ha determinato la prima e più facile arabizzazione, è stata quella successiva linguistica ad aver trasformato l’identità berbera in termini socio-culturali anche se questa seconda fase è stata più difficile. Non è un caso che tuttora i Berberi berberofoni si distinguono dagli arabofoni e dagli arabo-berberi. Un elemento che ho trovato di grande interesse è la sottolineatura dell’identità e comunanza berbera legata alla matrice comune del Mediterraneo in un gioco di corrispondenze che condivido pienamente. Un elemento essenziale è l’unità linguistica che secondo gli studi è inequivocabile malgrado la varietà dei dialetti. I Berberi non avendo conosciuto una rivoluzione industriale, livellatrice delle differenze, sono riusciti a mantenere nel tempo dei caratteri immutabili, anche se per molto tempo sono stati definiti in termini negativi, come coloro che non erano assimilabili a nulla e a nessuno a cominciare dalla lingua incomprensibile: né latini né punici; né bizantini né vandali; né arabi, né turchi e così via. Il grande storico e sociologo Ibn Khaldoun negli anni del “nostro” Medioevo evidenzia come il mondo dell’Africa Nord occidentale, in crisi economica e con regni frammentari e non organizzati finisce preda di colonizzatori condannandosi ad una marginalizzazione destinata a durare nel tempo rispetto all’Europa. Di grande interesse mi sembra l’indagine secondo la quale i Berberi sono caratterizzati da sempre da una grande austerità e rigore morale con una forte spiritualità e religiosità legata alle forze della natura che nel tempo però ha preparato il terreno ad una sorta di monoteismo sebbene arricchito da una pletora di numi tutelari, lari, genii e santi. Questa inclinazione ha favorito la loro adesione al cristianesimo e in un secondo tempo con grande immediatezza all’islam che più si sposava con il loro rigore, monoteismo assoluto e semplicità teologica: ecco anche perché l’ideologia kharegita, setta rigorosa musulmana, ebbe buon gioco e terreno o fertile presso i Berberi. La religione musulmana proprio per questo carattere non andrò incontro al proliferare di scismi – a parte la divisione originaria con una rivalità che continua ancor oggi tra sunniti e sciiti – sette, scuole ed eresia, diversamente da quanto accadde nella chiesa cristiana d’Africa. In particolare si ricorda il donatismo, sanato da Sant’Agostino, il teologo più importante d’Africa e uno dei massimi Padri della Chiesa, un berbero d’Algeria, che combatté il manicheismo al quale aveva aderito in un primo tempo e che avversò i Berberi dal punto di vista religioso che giudicò dei pagani. Il Cristianesimo africano d’altronde resterà connotato in sintonia con il mondo berbero da un grande rigore, basti pensare a Tertulliano e le sue prediche acerrime e allo stesso Cipriano. Il libro nel suo insieme ha il merito di rivendicare un ruolo attivo dei berberi nella storia del Mediterraneo e in particolare del Nord Africa Occidentale, ripercorrendone l’evoluzione dalle origini cananee con una lingua cananeo-semitica che è, al di là delle specificità di contenuto, una lezione di metodo di protostoria e di preistoria. Interessante è piuttosto, ai fini di una rilettura della nostra storia mediterranea, l’evidenziazione degli scambi che tra sempre ci sono stati tra i Berberi e la Sicilia ad esempio, sia in termini architetturali, a cominciare dalle costruzioni ipogee a quelle sepolcrali e le ceramiche che presentano un decoro austero e rigoroso strettamente geometrico e in prevalenza rettilineo che per molto tempo ha conservato la fattura a dischi sovrapposti mentre presso le altre civiltà la torre ceramica ha sostituito la tecnica originaria. I Berberi sembrano riluttanti ad abbandonare i modelli passati e questo ha permesso di conservare le tracce del passato. Questo avviene anche a livello di gioielli, pesanti e aggressivi, quasi solo in argento con cabochon in corallo, materiale vetroso e pietre semipreziose, con grandi pendenti sia per uomini per che per donne, in generale distinti tra la cesellatura e l’oreficeria smaltata. Altri elementi presi in considerazione nel corso del volume la tessitura, le forme architettoniche e i bauli che contenevano gli oggetti preziosi. In ogni caso un’analisi comparata mostra che alcune caratteristiche si ritrovano nell’arte in tutto il Mediterraneo. Nell’ultima parte anche alcuni cenni all’organizzazione politica distinta in due modelli fondamentali, rispettivamente quello della repubblica del villaggio e uno di tipo più monarchico-feudale della città, spesso cittadelle fortificate o bordj. Nei cenni sul diritto berbero si evidenzia la posizione della donna che è generalmente più penalizzata rispetto a quella coranica e la grande attenzione alla solidarietà all’interno della comunità, nota come touiza. Nell’insieme il libro ha il merito di superare il punto di vista romano centrico o anche arabo centrico per i Berberi sono definiti per negazioni come stranieri-estranei ai due modelli prevalenti e di mostrare un intreccio non sempre visibile nel Mediterraneo che mette in luce per via traversa anche altri legami e differenze tra i popoli e gli aspetti del Mediterraneo.

Les Berbères
Mémoire et identité
di Gabriel Camps
Editions Elyzad
Tunisi, Ottobre 2007

Articolo di Sophie Moreau

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