“Le Premier Sexe” di Éric Zemmour

Scritto da  Lunedì, 12 Marzo 2018 

Pamphlet, il “primo sesso” che ricorda da vicino nel titolo e nello spirito Le deuxième sexe dell’esistenzialista Simone De Beauvoir ma con una prospettiva rovesciata. Pungente, ironico, ben documentato, l’ottica conservatrice d’Éric Zemmour porta avanti la rivincita degli uomini più che contro le donne contro un inno all’uguaglianza omologante. Uno sguardo implacabile sulla realtà, dal mio punto di vista non molto condivisibile, soprattutto sotto il profilo etico, quanto però stimolante. Un’ottica ormai insolita, quella della diversità dei sessi, della tutela del modello tradizionale della famiglia, anche se difeso ad oltranza con tutti i suoi limiti e carichi pendenti. Certamente un modo per mettere i puntini sulle i rispetto ad una visione che talora è buonista senza essere davvero buona. In ogni caso un ritratto acuto ed arguto della società che cambia. Colto ma divertente. Da leggere, anche per poter dire la propria in modo più circostanziato.

 

Le premier sexe è un pamphlet scritto dallo scritto, giornalista e redattore de Le Figaro, Éric Zemmour, pubblicato nel 2006 cone le éditions Denoël nella collana «Indigne». Notato e avversato, soprattutto in occasione del programma Tout le monde en parle del 18 marzo 2006 presentato da Thierry Ardisson, dove si ritrovò faccia a faccia con Clémentine Autain, politica e giornalista femminista. L’istanza è interessante: l’idea che con il femminismo le donne non solo hanno cercato la non discriminazione dagli uomini quanto l’omologazione con il rischio di perdere la femminilità e di diventare più un modello per gli omosessuali che per gli uomini tradizionali. Il caso della moda è pur con qualche esagerazione, una citazione e uno spunto di riflessione interessante. E’ però la critica feroce all’uomo che si femminilizza che è difficilmente sostenibile e condivisibile, soprattutto quando Zemmour critica gli aspetti del sentimento e dell’accoglienza, del rispetto mutuati dal femminile – direi più che dalle donne – quali la fedeltà (magari per altro fosse una qualità diffusa degli uomini!), oppure allorché dice che dopo che le donne si sono liberate dal senso del peccato verso il sesso, gli uomini non distinguono più amore e piacere. Credo che il superamento del macho sia positivo in ogni caso senza per questo dover rendere l’uomo una donna mancata. L’analisi sociologica e dell’evoluzione però è impeccabile, dalla guerra che resta la dimensione della virilità più o meno inalterata da Giulio Cesare a Napoleone, mentre con la prima Guerra Mondiale, oltre il concetto di nazione, in Europa precipita ogni forma di dignità legata alla vita militare: le trincee, la violenza, il tritacarne che rende tutti uguali nel senso deteriore dove “leoni sono trascinati da asini” (leggi i generali), come ebbero a dire i Tedeschi dei Francesi e forse avrebbero dovuto guardare a casa propria. Insomma cade uno dei pilastri identificativi del mondo maschile anche nel tempo arrivano le donne soldato finché anche il mondo dello sport fa cadere l’ultimo aspetto della rudezza e del coraggio come archetipo maschile: i calciatori diventano i miti dei ragazzi come i cantanti lo sono sempre stati delle ragazze, ma dice Zemmour, per aspetti non legati strettamente al valore in campo: Beckam diventa un idolo della moda e del gusto, dello stile maschile. Ecco che scompare l’attualità di personaggi come Jean Gabin o lo stesso Alain Delon. Nel libro l’autore analizza la femminilizzazione della società – con una serie dei dati sulla cosmesi maschile e sul mercato della bellezza per uomini non ché di abitudini come la depilazione tradizionalmente circoscritta al mondo femminile che si allarga al maschile – in modo trovo più o meno paritario alla caduta della virilità, almeno intesa in senso tradizionale – che ribadisco non è detto che sia l’unico – e forse più come conseguenza della prima che non autentico cambiamento. E fin qui credo di essere d’accordo perché probabilmente il mondo non ha più bisogno di donne che di uomini ma di femminile come principio inclusivo che di maschile. Forse di dialogo che può essere anche più sfumato rispetto al passato. In effetti l’analisi puntuale del modello cristiano-capitalista tipicamente europeo di famiglia denuncia, anche se Zemmour non mette l’accento sull’aspetto critico, la visione separata della donna madre, da sposare, da rispettare e forse anche da amare; dalla donna amante cortigiana o prostituta che sia, per il piacere e forse in fondo amata lo stesso in un modo diverso. E’ la conclusione dell’autore che spesso è sconcertante e comunque controcorrente rispetto a quello che il mondo considera ormai una conquista. Sull’analisi però sociale è un giornalista imbattibile come rispetto al tema dei club per scambisti dove la donna moglie sembra ritrovarsi spaurita e perduta, trascinata di solito dal marito e per questo non rispettata e inesperta, torna ad essere oggetto di desiderio e amore. Può sembrare sconcertante e forse disturbante però è certamente un saggio che invita a riflettere e a rileggere la realtà non solo come di solito viene proposta dal politcally correct che è, ritengo, un’altra nuova dittatura. Un testo da leggere, stimolante, che ci mette anche sulle tracce dei cambiamenti della seconda generazione di immigrati. Uno strumento se vogliamo che ci permette di restare nelle nostre convinzioni, consapevoli di aver superato un confronto autentico. L’orizzonte di un mondo androgino dove le categorie tradizionali allentano i propri confini, è comunque un dato di fatto.

Le Premier Sexe
di Éric Zemmour
À contre courant
Éditions Denoël, 2006
4,8 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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