"Le Otto montagne" di Paolo Cognetti

Scritto da  Domenica, 30 Luglio 2017 

Un percorso di formazione, un lungo viaggio spirituale e allo stesso tempo estremamente “terreno”, quasi fosse fatto di terra e roccia, anima il cuore de Le Otto montagne, romanzo di Paolo Cognetti finalista al premio Strega e vincitore dello Strega Giovani 2017.

 

Il protagonista ripercorre, in una narrazione in prima persona, i sentieri che lo hanno condotto, dall’infanzia all’adolescenza, fino all’età adulta. Un percorso esistenziale che si intreccia strettamente con il cammino in montagna, a tu per tu con spazi sempre più ampi e luoghi difficili, i soli dove il protagonista riesca a incontrare e conoscere davvero sé stesso. Pietro è cresciuto in città, le radici in montagna, il territorio della passione e dei sentimenti, dove i genitori si sono incontrati e innamorati, dove ogni anno ritornano in estate per ritrovare quello spazio che consente loro di essere veramente una famiglia. Nei silenzi di Grana Pietro può finalmente parlare con un padre quotidianamente distante, camminandogli a fianco cogliere i tratti più profondi di un carattere che in città sembra mascherato da un ruolo sociale, da aspettative e necessità imposte da una Milano claustrofobica. Sempre a Grana incontra Bruno, amico, specchio rovesciato, compagno di esplorazioni. Bruno che porterà avanti il cammino familiare dell’amico quando Pietro sarà lontano, impegnato ad affrontare e conoscere altre montagne. Punto di riferimento e allo stesso tempo impietoso interlocutore della coscienza, figura con la quale è impossibile “pareggiare i conti” e proprio per questo perfetta immagine del rapporto che, faticosamente nel corso della vita, ciascuno può costruire con sé stesso.

Difficile definire questo romanzo, così vicino e allo stesso tempo così distante da Il ragazzo selvatico, diario di montagna scritto dallo stesso autore ed edito nel 2013 da Terre di Mezzo. Ritroviamo gli ambienti, le atmosfere, ma i significati si moltiplicano attraverso le relazioni che si riflettono, una nell’altra, sotto lo sguardo protettore delle montagne, vere protagoniste della narrazione. Cognetti riesce ad esprimere, attraverso evocazioni e richiami, con una prosa essenziale, ma estremamente intesa, il non detto. Quel silenzio che bene conosce chiunque sia mai andato in montagna, un silenzio rispettoso dell’ambiente e allo stesso tempo necessario per compiere davvero il cammino, un silenzio che difficilmente riesce ad essere colto, se non da alcuni scatti fotografici, di necessità muti. Ne Le Otto montagne – invece - la fotografia parla e racconta una storia che è personale e allo stesso tempo universale. Ciascuno può trovare la sua montagna, il suo territorio identitario, quasi mai di nascita, quasi sempre d’elezione. Allo stesso tempo Cognetti salva, fotografandolo per sempre, un mondo che sta scomparendo e che, di anno in anno, fin dalla sua infanzia, è andato mutando, raggiunto a poco a poco dalla “valle”, che risale lungo i sentieri e allo stesso tempo costringe gli abitanti di montagna a scendere. Tuttavia, anche se una certa nostalgia è sempre presente, Le Otto montagne non è un libro malinconico, non è un memoriale domestico fatto di rimpianti per una stagione passata. Le stagioni si alternano anzi con estrema brutalità e altrettanto estrema naturalezza ad alta quota. La montagna sa essere impietosa, ma proprio per questo permette al protagonista un confronto autentico con sé stesso. Non c’è morale alla fine di questo lungo racconto, non c’è una redenzione o una risposta univoca e di senso al quesito di fondo che ci accompagna per tutta la lettura e che ha a che vedere, senza che mai venga citato, col senso stesso dell’esistenza. Cognetti ci lascia con noi stessi, in silenzio, perché ciascuno possa trovare la sua montagna o le sue otto montagne. Vicine o lontane che siano.

Paolo Cognetti
Le Otto montagne
Einaudi, 2016

Articolo di Caterina Bonetti

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