“Le Blanc de l’Algérie” di Assia Djebar

Scritto da  Sabato, 12 Luglio 2014 

Una delle maggiori scrittrici algerine, e l’unica maghrebina ammessa all’Académie de France, racconta un’Algeria attraverso morti eccellenti di intellettuali, un testo non lugubre, anche se in certi tratti polemico, per esorcizzare il dolore del suo Paese straziato nel Novecento da due guerre: una coloniale (dal 1^ novembre 1954) e una civile non dichiarata (negli Anni ’90). E’ un racconto con il quale dichiara di voler semplicemente ricordare ed essere vicina a personaggi più o meno noti che ha conosciuto in modo diretto o indiretto, molti dei quali erano veri amici. Al di là dell’angolatura originale per raccontare il Paese attraverso le sue voci poetiche e di prosa, giornalisti e intellettuali, c’è il desiderio di scrivere, riscrivere o forse decriptare la storia algerina contemporanea attraverso le assenze.

Il tema è declinato come un ossimoro in bianco perché bianco è il colore di Algeri, detta appunto la bianca, e ancora il colore dell’abito tradizionale femminile il haik, ma anche simbolicamente è un modo per restituire alla morte luce. In modo esplicito verso la fine Assia evidenzia come la scrittura della quale sente l’urgenza diventi in qualche modo uno strumento per sbiancare il dolore e per restituire la luce a chi non c’è più, anche se fortunatamente gli intellettuali vivono più di altri oltre la loro presenza fisica, grazie ai semi che lasciano.

 

Non c’è però un intento dichiarato di celebrazione della memoria, ma la voglia di risentire il calore di chi non c’è più. Scritto in prima persona, l’io narrante ha la fluidità di una penna giornalistica condita con la liricità dello scrittore. I corpi vanno e vengono in questo paese da Sant’Agostino a Jean Sénac, che scelse di essere sepolto in Algeria. Anche questa storia che si ripete racconta in qualche modo la singolarità di una terra costretta alla migrazione anche dopo la vita. Nel raccontare di chi è a sua volta autore, e di vagabondaggi, una riflessione è legata alla lingua che in Algeria è complessa, spiega la scrittrice, perché esiste una lingua originaria legata al ceppo berbero; quella mediterranea che risente anche di influenze orientali; quindi quella moderna, l’arabo nazionalista, dannoso quanto il francese. E a questo proposito la riflessione della scrittrice mette in evidenza l’assurdità di un popolo che dopo aver subito le torture dei Francesi – alle quali fa esplicito riferimento – abbia torturato a sua volta i propri cittadini meno di trent’anni dopo: siamo nel 1994 e il 6 dicembre Belaja, come già Orano il 16 marzo per l’assassinio di Abdelkader Alloula, si mobilita dopo l’uccisione del giornalista Saïd Mekbel. La rubrica quotidiana del maestro dell’humor politico fa la propria comparsa il 1° dicembre del 1994 e il 3 novembre successivo il giornalista viene ucciso in un ristorante di Algeri. L’orazione funebre è pronunciata da Omar Belhouchet, direttore di “el-Watan”, uno dei due maggiori quotidiani francofoni, che ricorda che in 6 mesi sono stati uccisi oltre 40 giornalisti. Il viaggio tra gli scomparsi parte dal Albert Camus, riferimento imprescindibile per la cultura algerina moderna che nei primi giorni del 1960, ancora non cinquantenne, muore in un incidente stradale e purtroppo lascia interrotto il suo romanzo algerino “Le premier homme” (Il primo uomo, recensito su queste pagine). Poi tra i tanti personaggi il grande romanziere e autore drammatico Kateb Yacine, uno dei maggiori autori contemporanei morto di leucemia a Grénoble e poi rientrato in patria. Ma c’è anche il poeta Jean Sénac che si volle adottivo dell’Algeria, ucciso due anni prima di Pier Paolo Pasolini in circostanze analoghe, che hanno sollevato un parallelo tra i due intellettuali ‘maledetti’.

 

A suo modo un inno all’amicizia e alla responsabilità della memoria nonché un’insolita antologia della letteratura contemporanea e un quadro dell’Algeria e del suo rapporto difficile con la democrazia.

 

“Le Blanc de l’Algérie” di Assia Djebar
Le Livre de Poche, Editions Albin Michel 1995


Articolo di Ilaria Guidantoni

 

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