“Le armate del presidente” di Marco Gervasoni

Scritto da  Martedì, 28 Aprile 2015 

La politica del Quirinale nell’Italia repubblicana

Quante persone in Italia conoscono realmente la figura del Capo dello Stato, i poteri di cui dispone, i paletti posti costituzionalmente al suo operato e quale sia il suo ruolo all’interno della dialettica politica tra i partiti e nei rapporti con il potere esecutivo? Ben pochi purtroppo. Il saggio di Marco Gervasoni interviene per colmare un vuoto di conoscenza e per raccontare, seguendo storicamente la vita dell’Italia repubblicana, l’evoluzione della figura del Capo dello Stato, dalla discussione del suo ruolo nella Repubblica durante l’Assemblea Costituente, sino alla prima ri-elezione di un Presidente, quella di Giorgio Napolitano nel 2013.

Per un Paese appena uscito dalla guerra e con una transizione che comunque sia fu traumatica dalla Monarchia alla Repubblica, la figura, il ruolo ed i poteri del Capo dello Stato furono oggetto di lunghe ed appassionate discussioni; nell’assemblea Costituente in particolare si passava da intendimenti per i quali il Presidente dovesse assumere un ruolo puramente rappresentativo, quasi onorifico, ad altre che avrebbero visto il primo cittadino d’Italia assumere dei potere semi-presidenzialistici. Alcuni ritenevano che il Presidente dovesse essere eletto dal popolo, altri, la maggioranza, che dovesse essere il Parlamento. In definitiva, a prevalere fu una visione parlamentaristica, con un presidente eletto dalle Assemblee parlamentari, ma con poteri di un certo rilievo, che ne consentissero la possibilità di intervenire, anche decisamente, nel sistema politico parlamentare e nei confronti del Governo. La Carta Costituzionale fornisce una serie di poteri al Capo dello Stato, che possono essere considerati limitati o assai ampi, a seconda dell’interpretazione di tali poteri che ne dia lo stesso Capo dello Stato; e proprio su tale elemento si basa il testo di Gervasoni. Non si intende fare una storia dei presidenti della repubblica, bensì raccontare l’operato dei presidenti della repubblica italiana come attori politici, evidenziandone le interpretazioni che essi stessi, certamente condizionati anche dalle situazioni storico/politiche dell’epoca, diedero al proprio settennato.

Il primo Capo dello Stato Italiano fu Enrico De Nicola, presidente provvisorio, che però non intese dover considerare il proprio ruolo come meramente rappresentativo; importante e profondamente politico fu, ad esempio, il suo rifiuto di rivolgere un ringraziamento pubblico agli Stati Uniti per il loro impegno nel cosiddetto Piano Marhall. Il primo presidente eletto fu però Luigi Einaudi; l’elezione fu complessa, in quanto la DC, partito di maggioranza relativa, era divisa al suo interno, così come lo erano anche altri partiti. A spuntarla alla fine fu Einaudi, in quanto personaggio per un certo verso considerato autonomo, benché appartenente al PLI e ministro del Bilancio. Questa prima elezione però, sottolinea Gervasoni, dimostrò fin dall'inizio che l’idea che l’elezione del Presidente della Repubblica potesse essere un momento di condivisione e di unione tra i partiti, divenne invece il momento ed il luogo dello scontro più alto al interno della partitocrazia, sistema che avrebbe retto le sorti dell’Italia almeno sino alla fine della Prima Repubblica, ma probabilmente anche oltre. Un momento per i capi-partito per imporre le proprie scelte e, nella maggioranza dei casi, per essere sconfitti dai propri compagini di partito, dalle correnti interne alla DC al PCI al PSI ecc… In tutta la storia repubblicana, infatti, solo in due occasioni si è riusciti ad eleggere un Presidente al primo scrutinio, con Cossiga e con Ciampi.

Dicevamo di Einaudi, il presidente assunse un ruolo assai marcato nel dibattito sulla possibile nuova legge elettorale a sfondo maggioritario, senza tuttavia aver successo, ma, soprattutto, al venir meno del Governo de Gasperi nel ’53, senza consultare la DC (partito di Maggioranza) incaricò Giuseppe Pella, cercando quindi di imporre la sua decisione al Parlamento. Si trattò del primo caso di un governo del Presidente, che però ebbe vita breve e compromise i rapporti tra il presidente ed i suoi elettori, pregiudicandone la ri-elezione.

Il primo presidente politico di professione fu Giovanni Gronchi; la sua elezione non fu certo poco sofferta, con spaccature nella maggioranza di governo e con voti favorevoli sia da sinistra che da destra. Gronchi fu un presidente estremamente interventista, perché aveva capito che il sistema della partitocrazia stava paralizzando il paese e che presto o tardi sarebbe imploso; cercò quindi di affermare il ruolo del presidente della repubblica come primus all’interno del sistema politico italiano (non primus inter pares come il Presidente del Consiglio dei Ministri), come capo tra l’altro non responsabile di fronte al popolo, in quanto eletto dal Parlamento. Intervenne massicciamente, durante la formazione dei governi, per suggerire o sconsigliare la nomina di ministri, arrivò anche ad intervenire decisamente nella politica estera. Tra i tentativi di Gronchi e la realizzazione delle sue intenzioni, però, vi erano da freno i poteri che la Costituzione assegna al Capo dello Stato; Gronchi poteva consigliare, condizionare, intervenire, ma non poteva guidare un cambiamento, non poteva realmente porsi alla guida di una qualche tipologia di movimento: il suo potere era quindi limitato.

La breve esperienza presidenziale di Segni confermò comunque le potenzialità del ruolo del presidente, con l’esponente DC che fece da vero e proprio freno dell’esperienza di governo di centrosinistra, contrapponendosi a Moro e rifiutandosi di firmare numerose leggi. I suoi due successori Saragat e Leone interpretarono il ruolo presidenziale in un modo maggiormente istituzionale, meno interventista e più favorevole al consolidamento di un’alleanza politica, quella tra DC e PSI, che avrebbe quasi ininterrottamente governato l’Italia sino al 1994.

Nel 1978 l’intesa tra i maggiori partiti era quella di eleggere un personaggio, assi poco ingombrante, che garantisse la partitocrazia senza riserve. Dopo un lungo dibattito tra le segreterie di partito la scelta ricadde su Sandro Pertini, un socialista ormai alla fine della carriera politica, che, seppure con qualche dubbio da parte di Craxi, poteva lasciare tranquilli i partiti. La valutazione sappiamo tutti che fu errata, Pertini si rivelò infatti, in breve tempo, come uno, se non il più amato e popolare presidente della repubblica italiana. Nel discredito che i partiti avevano tra la gente, Pertini capì che vi era lo spiraglio per il presidente della repubblica di aprirsi un varco per creare un rapporto diretto con il popolo, senza filtri e mediazioni. Pertini segnò un punto di rottura con i propri predecessori sia per quanto riguarda la politica estera, ma soprattutto per i suoi tentativi di contrastare i tentativi continui della partitocrazia di fare e disfare governi, opponendosi allo scioglimento delle Camere e cercando di imporre, spesso senza successo, un governo del Presidente (come con i governi Spadolini di inizio anni ’80), ma anche aumentando notevolmente la valutazione ed il respingimento dei decreti legge.

Pertini fu uno shock per i partiti e, nel 1985, una DC alle prese con una decisa perdita di consenso ed il PSI, decisero per l’elezione di una figura che potesse far tornare il presidente della repubblica a mero notaio, come era accaduto con Saragat e soprattutto con Leone. Ecco che al primo scrutinio, quindi, venne eletto Francesco Cossiga, che per i primi anni del suo mandato interpretò alla perfezione il ruolo che i suoi elettori si aspettavano. Dopo la caduta del Muro di Berlino, però, il comportamento del Capo dello Stato mutò radicalmente; il presidente che era fino a quel momento stato assai parco in quanto a esternazioni, divenne improvvisamente un fiume in piena e divenne sempre più un attore nella scena politica del momento, anche se sempre con quella irresponsabilità che gli garantiva il suo ruolo. Nel ’92 Cossiga, dopo avere addirittura rischiato la messa in stato di accusa si dimise.

La nuova elezione fu assai sofferta, con i partiti che non riuscivano a mettersi d’accordo su un nome, bruciando via via tutti i candidati che venivano proposti; a sbloccare la situazione fu un elemento esterno, la Strage di Capaci. La classe politica si ricompattò e la scelta ricadde sul presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro. A questo punto Marco Gervasoni si chiede se quella di Scalfaro sia stata la prima presidenza “presidenzialistica” della storia repubblicana; di certo l’esponente DC si trovò di fronte alla disgregazione totale, forse alla polverizzazione, del sistema che per 50 anni aveva retto l’Italia, quello della partitocrazia, spazzato via da Mani Pulite e dal crollo dei partiti organici e strutturati – ramificati forse – come erano quelli della Prima Repubblica. Alla fine della legislatura mutilata da Mani Pulite Scalfaro nominò Amato presidente del consiglio e si fece fortemente garante di questo governo, anche e soprattutto quando Amato dovette affrontare una fortissima crisi economica, con provvedimenti impopolari e durissimi. Caduto il governo Amato Scalfaro ripropose un governo del presidente, nominando Carlo Azeglio Ciampi, per la prima volta un capo del governo non parlamentare. Questo governo accompagnò il Paese alla urne, dalle quali uscì vincitore Silvio Berlusconi, che entrò quasi subito in contrato con il presidente della repubblica e con il suo marcato interventismo; lo si percepì subito, fin dall’imposizione di Scalfaro a Berlusconi di rivedere la squadra di governo, rifiutandosi, ad esempio, di controfirmare la nomina di Previti a ministro della Giustizia. Lo scontro maggiore era causato dalla considerazione di Berlusconi di aver ricevuto un mandato diretto dal popolo di guidare il Paese e la contrapposizione di Scalfaro interprete più profondo della Costituzione, che non prevede come forma di Governo quella plebiscitaria. Di lì a poco Berlusconi cadde e Scalfaro favorì la nascita di un governo tecnico guidato da Lamberto Dini, con lo scandalo suscitato negli ambienti della destra. In questo passaggio mi sembra di aver colto una non pronunciata, ma latente – forse sbaglierò io – critica al modo di interpretare la presidenza da parte di Scafaro nelle parole di Gervasoni. A mio modo di vedere però, in momenti eccezionali si deve intervenire con strumenti eccezionali, anche se restando all’interno del dettato costituzionale; mi sembra in vero che la presidenza Scalfaro, che non sarà tenera neanche con i successivi governi Prodi, D’Alema e Amato, sia stato uno dei pilastri fondamentali che hanno retto il Paese in uno dei momenti più difficili della storia repubblicana.

Dopo Scalfaro sul colle più alto salirà Carlo Azeglio Ciampi, eletto al primo scrutinio ed il secondo presidente, dopo Einaudi, a non rientrare in nessuno dei maggiori partiti (in questo caso in nessuno). La presidenza Ciampi fu un’altra presidenza interventista, in particolare in politica estera, con il primo presidente della Repubblica apertamente europeista. Ciampi “coabitò” per molto tempo con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi adottando, specialmente nei confronti dei provvedimenti più criticati e controversi, non solo il rigetto delle leggi (provvedimento non usato spessissimo), ma quella che Gervasoni definisce una moral suasion al fine di far arrivare il governo a modifiche anche sostanziali di alcune norme, senza giungere allo scontro diretto tra le due presidenze. Ciampi, come Pertini, fu uno dei presidenti più amati dalla gente e molti lo avrebbero voluto nuovamente al colle alla fine del mandato, ma il presidente declinò l’invito.

Nel 2006, a quarto scrutinio, fu eletto Giorgio Napolitano, un ex comunista che ebbe come primo impegno quello della pacificazione tra le forze politiche. Con la breve esperienza Prodi e le nuove elezioni che sancirono il trionfo di Berlusconi, Napolitano mantenne sempre un profilo istituzionale e di non contrapposizione con l’esecutivo, firmò ad esempio tutte le leggi più contestate del governo Berlusconi (anche se a volte accompagnate da lettere di raccomandazione). Nel 2010 Napolitano assunse però un nuovo ruolo; in primo luogo non firmò un decreto sul lavoro, in secondo costrinse alle dimissioni un Ministro del governo, nominato da Berlusconi solo per poter usufruire della legge sul legittimo impedimento e quindi non essere giudicato da un tribunale. Il punto più alto nell’esercizio del suo potere presidenziale Napolitano lo ebbe però nel 2011, quado di fronte all’immobilismo dell’esecutivo nell’affrontare una delle crisi economiche più gravi degli ultimi anni, il presidente “consigliò” Berlusconi di dimettersi, nominando Mario Monti presidente del consiglio, dopo averlo già nominato pochi giorni prima senatore a vita. Fu l’apoteosi del governo del presidente, che però, sottolinea Marco Gervasoni, non avendo gli strumenti per guidare la situazione politica, ma solo per indirizzarla, non si concretizzò nel modo che Napolitano avrebbe voluto. Nel 2013 si ebbero nuove elezioni, con nessun vincitore, e con un presidente della repubblica da eleggere; l’incapacità dei partiti, ed in particolare del Partito Democratico, di esprimere una personalità di primo piano, bruciando tutti i candidati via via proposti, obbligò Napolitano ad accettare una ri-elezione, che lui stesso definì a tempo. Il resto e storia attuale.

Il testo di Marco Gervasoni riesce in poche pagine a riassumente le vicende storiche e l’evoluzione politica della figura del presidente della repubblica italiana; ne viene fuori un quadro completo, imperdibile ed appassionante, che dovrebbe essere letto approfonditamente non solo dai cosiddetti “addetti ai lavori” o dagli appassionati di politica e storia, ma da chiunque voglia in un qualche modo interessarsi alla storia delle vicende politiche italiane, che senza la conoscenza del ruolo, della figura e della storia del presidente della repubblica, rischierebbe di essere incompleta.

Le armate del presidente
La politica del Quirinale nell'Italia repubblicana
Marco Gervasoni
Marsilio Editori
pp. 180, 1° ed.
Euro 19,00
2015
isbn: 978-88-317-2085-4

Grazie a Cristina Costantini, Ufficio stampa - Marsilio Editori S.p.a.

Articolo di Daniele Pierotti

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