“Lacci” di Domenico Starnone

Scritto da  Domenica, 28 Febbraio 2016 

Appena ti sforzi di dire con chiarezza una cosa, ti accorgi che è chiara solo perché l'hai semplificata.

 

Complessità è forse il termine che meglio si presta a definire questo romanzo, un tentativo – in larga parte riuscito - di delineare i contorni di un matrimonio, di un abbandono, di una riconciliazione, osservando i protagonisti attraverso il riflesso delle loro relazioni. Vanda e Lidia, il passato e il futuro, Sandro e Anna, un presente che osserva con aria giudicante, e Aldo, un uomo scisso fra il senso di appartenenza al mondo familiare, plasmato per una giovanile spinta verso l'emancipazione, e il desiderio di affermazione adulto: il sé, la carriera, il desiderio di amare fine a se stesso.

Starnone ci accompagna attraverso un'intera vita familiare, senza però mai descrivere un istante di quella che, nell'immaginario collettivo, rappresenta la “vita domestica”. La felicità non si declina mai al presente nel romanzo, solo al passato, un passato dal quale i protagonisti vengono intrappolati quasi senza rendersene conto, attraverso un sistema di recriminazioni e ricatti emotivi che solo in maniera illusoria sembrano permettere il ritorno alla normalità. La separazione è il motore degli eventi, un atto che definisce, all'interno della coppia, i confini tra l'io e l'altro e che getta nell'angoscia chi si trova privata del suo ruolo (l'unico elemento che può darle “tangibilità”, perché di Vanda noi sappiamo solo che è stata ragazza, poi moglie e madre) e allo stesso tempo destabilizza chi abbandona, perché la forza vitale del desiderio viene costantemente messa in discussione dal senso di colpa. Non è però il senso di colpa o il senso del dovere nei confronti dei figli il deus ex machina che “rimette le cose a posto” e le cose a posto non tornano che in apparenza. La paura, l'insicurezza, il senso costante di inadeguatezza si mostrano più forti di qualsiasi assennato ragionamento, di qualsiasi persuasione, di qualsiasi ricatto. Più forti anche dell'amore.

Starnone non parla della fine dell'amore, non parla della crisi della famiglia (argomento sul quale fra l'altro ben poco resterebbe da inventare), ma non costruisce nemmeno un impianto d'accusa nei confronti di chi, anche attraverso l'utilizzo della propria vita come vittima sacrificale per ottenere la grazia della riunificazione, costringe l'amato ad un secondo abbandono, quello dell'amore “illecito”. Starnone, non senza una certa ostentata amarezza, forse unica vera “pecca” - se così la si può chiamare – di un romanzo che rischia in alcuni punti di sposare eccessivamente la sua tesi, descrive una resa. La resa di un uomo non tanto alla moglie, non tanto ai figli, ma alle sue paure, al bisogno di tranquillità, all'esigenza di mettere le cose a posto per mettere a posto sé stesso. Aldo non cede alle dure parole della moglie, con le quali inizia il romanzo, né ai tentativi sempre più sofferti di un riavvicinamento di cui Vanda stessa non sente più il “buono”, il desiderio, ma solo l'esigenza di affermazione del sé attraverso il possesso dell'altro. La mia vita per la tua vita. L'ossessione di dimostrare di essere cambiata, di essere migliore, per qualcuno, senza che questo definisca – ancora una volta – la sua vera identità di donna. Aldo cede ai fantasmi del passato e, anzi, permette ai fantasmi di assumere forme sempre nuove, attraverso racconti di vita vissuta trasfigurati da una narrazione che solo in parte rispecchia la realtà. Aldo viene convinto da ricordi “su misura” che lui stesso contribuisce a creare e lo spazio breve di una “concessione” a ciò che è stato si amplia pian piano fino a mangiarsi il futuro. Il futuro in cambio di ciò che è stato e di una tregua armata.

In attesa di una donna angelo in grado di salvarlo, Aldo non riconosce l'umanità di Lidia e non potrebbe farlo, perché teme il confronto con sé stesso, teme il compromesso che impone la disapprovazione. Preferisce trasformarla in un ideale di vita felice, in un rimpianto da custodire gelosamente sulla mensola del salotto, come un'urna cineraria ante mortem. E in un quadro dove tutto finisce bene e ogni cosa torna al suo posto, solo il caos finale può dare una risposta su quale, e se in fondo esista, la possibilità di una normalità familiare.

Lacci
di Domenico Starnone
Einaudi
2014, pp. 138.

Articolo di Caterina Bonetti

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP