“La triomphante” di Teresa Cremisi

Scritto da  Domenica, 14 Giugno 2015 

La Triomphante, primo romanzo di Teresa Cremisi, la più francese delle editrici italiane – proprietaria di Flammarion (editrice tra l’altro di Michel Houellebecq) che si è dimessa ai primi di giugno dalle sue funzioni - è la sua biografia scritta con uno stile fluido e allo stesso tempo prezioso, ricco, lirico e pieno di suggestione che risente l’esperienza di lettrice colta e attenta al sentire mediterraneo. D’altronde il suo viaggio parte da Alessandria d’Egitto, attraversa più volte il mare per arrivare in Europa, nella Francia mediterranea e in Italia; fino a stabilirsi a Milano che vive da adolescente e giovane, lasciando le violenze della sua patria per incontrare poi le rivolte del ’68.

E ancora il suo viaggio proseguirà in Francia per seguire un amore, il marito italiano Giacomo, con una viaggio di ritorno in Egitto che sarà solo un passaggio. Un girovagare dell’anima e una metafora ben illustrata sul tema della lingua e della parola, quale visione del mondo. Ogni volta cambiare parametro, stile di vita, un processo non scontato stimolante quanto faticoso. Un viaggio con tante gioie che lascia alla fine la malinconia di aver lasciato poca traccia di sé, una considerazione sull’essere effimero della vita eppure la consapevolezza almeno di aver guardato a lungo il mondo e di essersene certo nutrita a giudicare dal figlio di carta che ci lascia. In effetti il tema dei figli non viene mai fuori, nemmeno per sbaglio, e ci si chiede perché non ne parli almeno con il lettore, lei così legata ai propri genitori anche se poi scopre tardivamente una verità amara e parallela a quella dell’uomo che sposerà; donna sposata che riflette su tanti aspetti della vita...ma tace sulla vita stessa. Le ragioni del titolo si capiranno solo alla fine, la Triomphante è il nome di una corvetta, di un’imbarcazione da guerra del XIX secolo, ritratta e amata da un pittore che incontra sui cinquant’anni in un momento difficile, che come le dice un’amica segna la fine della giovinezza mentre almeno i sessant’anni sono la giovinezza della vecchiaia. Lei si sente o comunque vorrebbe essere come quell’imbarcazione che sfida il mare che può essere angosciante, destare solitudine, ma che è la metafora, sua terra ormai di adozione, forte e battagliera, maschile; mentre le è sempre stato insegnato ad essere una “donna” – lei che non pensava che nascere femmina fosse un handicap – e in qualche modo rinunciataria.

Libro denso che merita di essere ripercorso dall’annuncio iniziale di essere nata in un porto del Mediterraneo fino a svelarne l’origine e con essa i bei ricordi di bambina. Una famiglia colta, internazionale quando un passaporto era uno status symbol e certamente una condizione di libertà. Nel suo ambiente c’è il culto e quasi un amore ossessivo per la Francia. Scoprirà presto che tutto è provvisorio nella vita anche se certuni sono più esiliati di altri e in effetti il libro è pieno di considerazioni profonde, graffianti, disarmanti che l’autrice porge con incredibile nonchalance. Il tema dell’appartenenza è certamente uno dei fili conduttori del libro insieme alla quasi casualità della nazionalità. Per sfuggire all’ondata di tensione del 1956, i genitori date le conoscenze del padre decidono di trasferirsi a Roma, anche grazie alle opportunità offerte dal patrimonio. La Cremisi ci dà un affresco critico, incantato e ironico ad un tempo della Capitale che trasuda cinema e sensualità tanto più la presenza religiosa è incombente con tutte le storie legate al divorzio e alla sacra rota. E ancora ci sono Ostia e Fregene così diverse degli anni “ruggenti” mentre dall’Egitto non arrivano buone notizie.

Poi è la volta del trasferimento a Milano che ho rivissuto attraverso la mia esperienza anche se io bambina mentre la protagonista del libro è diciassettenne. Racconta la grande diversità tra le due città, la difficoltà di adattarsi, il suo piacere di frequentare una scuola religiosa prestigiosa come le Marcelline che la proteggono, la difficoltà della mamma invece ad accettare il cambiamento. Sullo sfondo le vicende di un paese che cambia dal l’ascesa del consumismo con tutti i nuovi templi dal supermercato all’Upim – parla tra l’altro di un quartiere di Milano che è quello stesso dove io ho vissuto - e quindi la sua maturazione, dalla paura per l’amore, alla ribellione interiore rispetto all’essere donna come una diminutio fino al senso della lingua e dell’identità in cammino. E’ interessante la citazione delle sue letture come di Elias Canetti e della sua La lingua salvata, lo scrittore che imparò diverse lingue e poi ne scelse una, l’ultima imparata come in qualche modo fa la nostra protagonista perché prendere il largo dal nostro passato ci permetta di andare avanti. C’è poi la vita di adulta, il nuovo cambio di paradigma, la convivenza e l’amore forte per un uomo, il trasferimento in Francia e di nuovo la necessità di mettersi in discussione la possibilità di abbandonarsi all’altro per vivere la giovinezza invece che la responsabilità e si avverte il senso di riappropriazione di quell’anima bambina troppo presto sacrificata. Eppure la sofferenza di aver conosciuto tardi la propria origine ebraica, l’improvviso impatto della religione soprattutto imposta dall’attenzione altrui. E’ un passaggio singolare del libro e sembra dire che l’amore possa molto quasi tutto denunciando però una società francese che per me è sconosciuta in questo risvolto. Poi c’è il lavoro, l’affermazione nella professione, la ricerca sulle città femmine del mediterraneo che mi ha particolarmente colpita perché io stessa ne parlo nei miei libri fino a uno stemperarsi doloroso in cui tutta la vita così ben sistemata sembra scricchiolare, dalla crisi della carta stampata; alla sua voglia di diventare cittadina francese e mettere radici, contrastata dal marito che si allontana ma non in modo definitivo e lei sembra lasciare che sia. E’ l’ultima parte del libro che assume, ricongiungendosi allo stile dell’inizio, la vena di un romanzo lasciandoci in sospeso con della bruma che stempera l’orizzonte degli accadimenti, la loro successione ed eventuale soluzione. Semplicemente perché forse non c’è o non si vuole raccontarlo e in fondo anche lo scrittore ha diritto a un certo pudore.

Nata nel 1945, figlia di un imprenditore italiano e di una scultrice spagnola e anglo-indiana, è stata cresciuta secondo un percorso di studi cristiani presso Notre-Dame di Sion; si trasferisce in Italia nel 1956 quindi si diploma alle Marcelline a Milano e poi in Lingue straniere all’Università Bocconi. Naturalizzata francese, un percorso nell’editoria da Gallimard a Garzanti fino all’ascesa alla testa di Flammarion. Siede nel cda di RCS MediaGroup e delle edizioni Adelphi.

La triomphante
di Teresa Cremisi
Equateurs
7 maggio 2015
17.00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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