"La stella di Algeri" di Aziz Chouaki

Scritto da  Ilaria Guidantoni Sabato, 26 Aprile 2014 

Il libro mi è statto suggerito dal suo autore, singolare se la circostanza non fosse stata essa stessa curiosa. Mi è stato chiesto di condurre la serata nella quale sarà protagonista l’algerino Aziz Chaouki a Piacenza al «Festival Dal Mississipi al Po» che si terrà a fine giugno. Sono così entrata in contatto a distanza con questo expatrié musicista jazz e romanziere che ho approfittato di intervistare sulla situazione algerina, rispetto alla quale mi ha detto che le sue pagine raccontano meglio delle sue parole. Ed è stato proprio così.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nato ad Algeri nel 1951 e residente a Parigi dal 1991, Aziz Chaouki è drammaturgo, poeta, romanziere francofono anche se nel suo mondo si mescola il mondo e la cultura araba con quella francese, appunto, e berbera. Con "La stella d’Algeri", premio Flaiano, romanzo in qualche modo d’iniziazione, racconta una generazione perduta di giovani algerini. Il romanzo è scritto in uno stile secco, asciutto, che riproduce il linguaggio della strada, con punte di lirismo che ricordano il linguaggio contraddittorio e stridente di Jack Kerouack. Splendido l’inizio “Nero e ampio, un velo copre il volto del cielo, maschera severa sugli occhi del sole, gli orpelli d’Algeri sono spariti. Nuvole gonfie di fiele, pioggerella ocra, aria da terremoto.. Anche l’orizzonte è sparito”.


La vicenda si ambienta ad Algeri, nei quartieri popolari della Cité de mer et soleil, el-Hamma, Belcourt, Bab el-Oued senza inquadrature oleografiche o caricaturali, ma in prese dirette: sembra di camminarci dentro e dallo sguardo ad altezza d’uomo si indovinano prospettive, volti, profili di palazzi. La storia racconta le ambizioni di Méziane, nome d’arte Moussa Massy, giovane cantante di musica cabila moderna che sogna un futuro di fama e gloria; ma soprattutto di andarsene dal proprio paese che non ama, parte di quei giovani pronti ad attraversare il Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, i cosiddetti brûleurs di frontiere. Il giovane Moussa ha una voce bella e coinvolgente e il desiderio di cantare in quella che ritiene la sua lingua, il berbero, un’identità spesso schiacciata in Algeria che pure non è tradizionalmente araba. La vita del protagonista è dura in una famiglia di quattordici persone in tre stanze. Fuori l’islamismo che dilaga e pochi amici fidati che fanno il tifo per lui sono gli unici scampoli di evasione. E’ la generazione ‘zombretto’, alcool puro di bassa qualità e sciroppo di granatina – il melograno è un frutto tipico da quelle parti - che accompagna lo sballo insieme a canne e 6.15, una droga deleteria a basso costo. Siamo nei primi anni Novanta, durante i quali “l’islamismo soffoca tutto”, in cui non si vedono che “tuniche, barbe, bandierine del Fis”, che tra crisi economica e corruzione hanno la meglio. I ragazzi dei quartieri popolari sono dimenticati e piano piano si dimenticano a loro volta di loro stessi, affogando nell’alcol e nelle droghe, coltivando l’arroganza di una guerra tra poveri e il gusto della prevaricazione.


Dalle pagine de’ "La stella di Algeri" emerge uno spaccato implacabile di un paese in crisi. Il giovane protagonista del romanzo coltiva il suo sogno musicale e la fuga verso Parigi. Qualcosa che lo accomuna al suo creatore, jazzista a Parigi.” L’importante è non arrendersi – dice Moussa - perché … è cosi che diventi islamista, quando ti stufi. Di sognare, di amare, di vivere. I compagni migliori sono finiti così, a forza di stufarti, non riesci più ad avere prospettive”.


Ma non va tutto per il verso giusto. Aziz Chouaki ci racconta, attraverso Moussa, la storia di tanti giovani algerini e del senso di smarrimento del paese tra la fine del regime del partito unico e l’ascesa dell’islamismo che si sono persi: un permesso che non arriva, la rinuncia, la rabbia che cova ed esplode, condannando purtroppo per sempre Moussa. Sarà incarcerato per una lite finita male con un islamista, ma in prigione diventerà un estremista, perdendosi per sempre. Un epilogo folgorante e purtroppo non assurdo che non voglio rivelare, ma che a me ha disvelato molti aspetti di quei giovani che oggi sono adulti delusi e sfiduciati. In particolare si avverte la nostalgia per quelli che in Italia si sono detti i favolosi anni Sessanta che anche in Algeria hanno portato la speranza con l’amicizia socialista e i locali dove si consumava pastis.


Il libro è anche una riflessione sul linguaggio, quello della musica che supera le differenze e quello della scelta dell’arabo o del francese che nel tempo non è più l’odiata lingua del colonizzatore, ma quello usato dai democratici e dalle femministe; mentre l’arabo è la lingua dei religiosi. Ecco perché l’Algeria oggi cerca di immunizzarsi dal pericolo di derive radicali con il francese. Le contraddizioni del paese africano affondano nella paura, quella dell’oppressore prima, quella della miseria e della corruzione poi, elementi che fecero largo al Fronte Islamico di Salvezza, e nel romanzo si dice che soprattutto dopo una notte passata in strada per una forte scossa di terremoto, gli islamisti diffusero l’idea che si trattasse di un segno, di un castigo divino e fecero presa sull’emotività della gente. In fondo è così che si è diffuso il velo, non tanto per la convinzione religiosa, ma perché le ragazze potessero sentirsi ‘a posto’ e uscire senza problemi. Un libro che racconta uno spaccato tragico e che dovrebbe essere riletto per scongiurare pericolose ricadute.


La stella di Algeri
di Aziz Chouaki
Edizioni e/o
14,50 euro


Articolo di Ilaria Guidantoni

 

TOP