“La più amata” di Teresa Ciabatti

Scritto da  Martedì, 01 Agosto 2017 

A volte l’epigrafe scelta per un libro può rivelare molto sul senso profondo della narrazione, altre volte no, ma non è questo il caso. La più amata di Teresa Ciabatti si apre con una citazione di Philip Roth, da Pastorale Americana: Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Questo romanzo dai tratti marcatamente autobiografici si apre con le molte certezze identitarie della protagonista/autrice bambina - Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia, la gioia, l'orgoglio, l'amore del Professore – incrollabili come solo le convinzioni infantili sanno essere. Presto però i piani narrativi si confondono e le certezze vengono meno: Teresa, quarantaquattro anni, una vita apparentemente normale e vissuta invece, per sua stessa ammissione, in una insofferente solitudine, si mette alla ricerca della vera “storia” della sua famiglia. Chi era suo padre? Quella figura così centrale nel suo percorso di formazione, così centrale da minare, con la sua scomparsa tutte le certezze che l’hanno resa ciò che è: una donna indipendente, fiera, scostante.

 

Teresa è una sopravvissuta a un’infanzia troppo felice. Che sia stata realmente tale o che sia stata mitizzata nel ricordo di una quarantenne che si sente in credito rispetto a un’esistenza che non si è rivelata all’altezza delle sue aspettative (mai si suppone, nel corso della narrazione, che possa essere stata lei stessa non all’altezza delle opportunità che la vita le ha offerto), la sua infanzia non appartiene al passato, ma alla quotidianità del presente. Le domande esistenziali e di senso diventano domande sulla sua storia familiare (sulla felicità e la realizzazione della madre, sulla reale identità del padre e sulle motivazioni dell’ossequioso rispetto dimostrato da chiunque entrasse in contatto con lui, sulle ragioni che hanno portato il fratello ad allontanarsi così drasticamente da lei), ma in nessun caso conducono ad “un’azione” nell’oggi e in nessun caso portano la protagonista a un’assunzione di responsabilità, a voltare lo specchio verso di sé. Nella ricostruzione di un passato familiare fatto di memorie dirette, racconti e forse semplici fantasie (spesso è la stessa voce narrante a domandarsi se un fatto sia davvero avvenuto così come riportato o una persona realmente esistita), s’inseriscono eventi e personaggi della storia recente d’Italia, ma questo non accentua il dato di realtà, anzi mina ancora più nel profondo le sicurezze del lettore. Teresa esagera, descrive per iperboli, proprio come una bambina, gli spazi della sua infanzia e della sua adolescenza. Chi le potrebbe credere? Teresa non è mai cresciuta: intrappolata a metà strada fra passato e un futuro anteriore che emerge in ogni ricordo. Le aspettative scolastiche e di successo professionale, la celebrità fra i banchi e il desiderio di riscatto – costantemente frustrato – al venir meno dei privilegi di una posizione sociale dalle origini non chiare. L’amore per il padre, una – neppur tanto velata – commiserazione per la madre, l’indifferenza nei confronti del fratello, il ruolo funzionale attribuito a qualsiasi figura le si affianchi nel corso della vita: amica o nemica che sia. E’ un egocentrismo strano quello dell’io narrante, capriccioso, ma tutto rivolto all’esterno, alla ricerca di consenso - più che di appagamento capriccioso - di riconoscimento e, in estrema sintesi, di senso.

Il senso però non si trova: non lo propone l’autrice, forse troppo legata a una famiglia che ha fisicamente allontanato (nessuna visita alla tomba del padre, nessun tentativo di ricucire i rapporti col fratello) e la cui ombra incide così tanto sul suo vissuto, non lo coglie il lettore. Non scopriremo nulla di certo sull’identità di Lorenzo Ciabatti (padre, medico, massone, filantropo, donnaiolo, omosessuale…), non arriverà alcuna risoluzione esistenziale da parte della protagonista. Eppure la sensazione è quella di aver vissuto, nelle ore dedicate alla lettura, a fianco di Teresa, di aver fatto esperienza del mondo, di conoscere qualcosa di più dell’animo umano. Anche se, a conti fatti, non sapremmo indicare precisamente cosa. Teresa Ciabatti apre una finestra sulle vite degli altri con una prosa asciutta ed essenziale, senza facili indugi psicanalitici, senza limitarsi a una pura registrazione diaristica dei fatti. E’ la vita com’è stata vissuta, con i detriti lasciati dai passaggi di tante esistenze che si sono incrociate e contaminate. La più amata rende visibile l’invisibile, rende conto della realtà ultima delle cose: quella che non può essere racchiusa in un nome, in una data, in una certezza, ma solo nella traccia emotiva che la storia – la nostra storia – lascia nell’esistenza.

La più amata
di Teresa Ciabatti
Mondadori, 2017

Articolo di Caterina Bonetti

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