“La donna che partorì uno scorpione” di Francesca Di Martino

Scritto da  Venerdì, 26 Dicembre 2014 

Un libro di racconti di un narratore ‘puro’, senza contaminazioni giornalistiche, saggistiche, con intenti didattici e didascalici. Sono racconti di fantasia di uomini e animali, più spesso dove protagonista è il femminile e il femminino, l’elemento fantastico che fluidifica il confine tra i regni dei viventi. E’ la scrittura però quello che caratterizza maggiormente questo libro nel quale di tanto in tanto perdevo il filo per seguire la parola, che domina incontrastata sulla storia. La scrittura di Francesca Di Martino è una partitura musicale scossa da movimenti tellurici improvvisi, che si innalza aulica e spontanea come chi ha metabolizzato il valore e la cultura dello scrivere e piomba nel basso ventre della vita, senza volgarità, secca e pungente d’un tratto.

Non è ornamento, ma è l’anima di quello che scrive e in un mondo editoriale nel quale siamo sempre più noi giornalisti a diventare scrittori, incuriosisce trovare un libro che è pura narrazione. Storie di oggi ma senza tempo, collocate con precise coordinate geografiche, ma in qualche modo ambientate in mondi lontani o nella nostra possibile e fantasmagorica quotidianità.

La miglior sintesi del libro è l’autrice stessa a darcela a mio parere, sempre con la sua spontaneità che si capisce non si rivolge alla scrittura per farsi ascoltare; sembra quasi che per caso sia letta, distratta rispetto alla gloria, in un mondo nel quale tutti sembrano stare allo specchio. “L’Africa puzza di morte ma pullula di vita”, scrive nell’ultimo lungo, lunghissimo racconto del libro, “L’uovo di dinosauro”. I racconti della De Martino sono inquietanti, difficili da riassumere, con un finale sorprendente ma non incline al colpo di scena, non risolutivo; appaiono più spesso come spezzoni di vita, colti da momenti singolari, complessi, stralunati. C’è il senso del mostruoso, della morte, della malattia che devasta – forse anche un riferimento al dramma personale vissuto, un’associazione troppo facile da fare – ma le pagine vibrano incondizionatamente di vita, di una vita che lotta e che è contaminata dalla morte, dall’avvelenamento, dal costeggiare ad ogni momento il rischio del precipizio. E’ questa l’Africa, nella sua ambiguità e profonda realtà, che non è un continente se non geograficamente inteso, è una metafora, un luogo dell’anima, il simbolo della vita allo stato puro, selvaggia, senza briglie, aggressiva più che tenera. Perché la vita, sembra dire la scrittrice, è questa, non un pranzo di gala, più spesso una rivoluzione permanente. La vita sorpassa anche gli esseri umani che non la contengono dentro delle etichette e dei ruoli: sono la malattia, il sogno, l’incubo che guidano le relazioni umani, incarnazioni provvisorie ed effimere, come nel “Minotauro” o anche ne’ “La donna che partorì uno scorpione” che dà il nome alla raccolta. Nessuna riduzione materialistica però, ma una dilatazione della dimensione immateriale, fatta di sentimenti, di coscienza, di mente che scavalca, ancora una volta, i confini ai quali siamo abituati, come nella novella del cammello “Abu”, il racconto che ho amato di più e che non a caso chiamo novella, per il suo essere domestico, per il travaglio interiore che accende. E’ una novella dei giorni nostri, pur lasciando che la storia fluisca libera da riconoscimenti troppo quotidiani e lavora sulla difficoltà della convivenza nella diversità, tra genti differenti e anche all’interno del rapporto più ancestrale e simbiotico, madre-figlio. E’ l’unico racconto sul quale azzardo un’interpretazione o meglio l’espressione di una suggestione. Mi chiedo se Francesca avrebbe voluto essere riconosciuta dentro la sua narrazione e se abbia voluto trasmettere intenzionalmente idee, contenuti, simboli, come nella lotta tra piccioni e gabbiani de’ “La Caccia” che per certi aspetti mi ha fatto associare alcune pagine de’ La peste di Albert Camus. O forse semplicemente è entrata in questo regno sterminato e senza confini che è la vita, con i suoi lati oscuri, le sue sensazioni noir, che però non sono orrori fiche né sconfinano nella dimensione fantastica tout court.
E’ questo l’aspetto intrigante della narrazione della De Martino: le sue storie ci sembrano incredibilmente domestiche eppure incontenibili, provenire da un mondo sconosciuto che fa un po’ paura. Lei però non sembra curarsene più di tanto, travagliata interiormente, si abbandona incuriosita al fluire delle cose per andare in fondo al pozzo e starci dentro, come un cammino dal quale non si può tornare indietro.

Il libro, edito da Marsilio Editori e pubblicato postumo, è stato promosso da Ruggero Manciati, il marito che le è stato accanto una vita, giovedì 11 dicembre 2014, nel romano Palazzo Santa Chiara. La presentazione è stata introdotta da Cesare De Michelis e coordinata dalla giornalista Stefania Rossini; mentre dei racconti hanno parlato Giuliano Amato, Simona Argentieri, Alberto Castelvecchi, Paolo Franchi, Paolo Pagliaro, tutti amici dell’autrice.

La donna che partorì uno scorpione
di Francesca Di Martino
Marsilio Editori

Articolo di Ilaria Guidantoni

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