“La conchiglia” I miei anni nelle prigioni siriane, di Mustafa Khalifa - Castelvecchi Editore

Scritto da  Ilaria Guidantoni Mercoledì, 12 Marzo 2014 

Un libro doloroso, una confessione lunga tutto il racconto, una narrazione spietata per la sua delicatezza che cozza contro l’atrocità, la perversione umana priva di qualsiasi senso, almeno nell’idea generale che si dà alla parola senso. Dall’incredulità per un errore giudiziario, per dirla con un eufemismo, all’ineluttabilità del male che colpisce senza riguardo, ad un calvario che sembra senza fine. Una scrittura piana, intrisa di profonda umanità ma quasi distaccata, filtrata dalla memoria che anestetizza per sopravvivere. E’ un libro che non può essere descritto con le categorie letterarie, difficile anche da consigliare. Non si tratta di una lettura quanto di un itinerario spirituale, un esercizio dentro la sporcizia dell’uomo, dentro il coraggio di una persona che non si sente un eroe, ma che spaesato vuole solamente restare solo ed essere lasciato in pace. Una testimonianza che diventa una riflessione su noi stessi, sull’umanità, le sue capacità grandiose e i suoi abissi, nella consapevolezza che non c’è limite al male e che la stirpe degli aguzzini non morirà.

 

 

 

 

 

Ho letto questo libro per curiosità, per interesse e per aprirmi un mondo che non conosco né in modo diretto né mediato, quello della Siria. La presentazione alla Fondazione Dante Alighieri di Roma mi ha offerto l’occasione di un primo approccio, con la figura discreta dell’autore che ha parlato solo in arabo, con una voce calda e pacata, ed uno splendido accento. Avendo letto la sua biografia, mi chiedo oggi perché non abbia parlato in francese, per quanto l’arabo sia la lingua della sua terra e della sua scrittura. E’ difficile raccontare questo testo che, malgrado la crudezza, soprattutto della prima parte, il senso di soffocamento e di sopraffazione che si vive dalla parte della vittima, invita il lettore ad andare avanti, ma non spinge alla morbosità né travolge; lascia semplicemente che sia.


Nelle prime decine di pagine ho sentito lo sforzo di compiere un esercizio spirituale interiore faticoso e doveroso, il rendere omaggio alla memoria e alla testimonianza dell’ingiustizia subita. E’ un carico duro da sopportare e non mi sento di consigliarlo o di suggerirlo, ma di testimoniarlo a mia volta perché non credo si possa invitare, tanto meno obbligare qualcuno, alla preghiera o al digiuno o alla penitenza. Con questo non credo che la lettura del testo non riservi anche degli aspetti di piacevolezza, ma bisogna essere disposti ad affrontare il dolore. Mi limiterò così a seguire nel flusso delle emozioni gli argomenti che vengono trattati attraverso il racconto, per molti aspetti sempre uguali, delle interminabili giornate in carcere.


La storia è esigua nella trama, partendo da Parigi dove un giovane Mustafa Khalifa lascia la donna che ama e che vorrebbe sposare per rivedere il proprio paese, ignaro forse del pericolo al quale va incontro malgrado sia messo sull’avviso. Un errore, una soffiata per inezie, forse una battuta, una frequentazione sbagliata, per altro in terra straniera, in Francia appunto, lo condanna, lui cristiano e ateo, con l’accusa di essere vicino ai Fratelli Musulmani avversati dal Regime siriano. Il problema non è mai l’accusa, la sua natura, è l’ontologia del potere che da sempre si organizza per combattere con crudeltà il dissenso, con l’umiliazione, la paura, la violenza e una fantasia esondante in fatto di perversione e deviazione. Il mondo arabo in particolare è vissuto sempre nell’oppressione e ha tentato tre risvegli, il primo nel XIX secolo con la formazione della borghesia che ha approfittato dello smantellamento dell’Impero Ottomano, tradito dal colonialismo inglese e francese; un secondo risveglio con Gamal Nasser nel 1952 e la rivoluzione dei giovani ufficiali che la Guerra Fredda diluì e tradusse in uno scontro tra Urss e Usa, Oriente e Occidente, Comunismo e Capitalismo e ancora Tradizione e Modernità. L’ultimo è quello delle rivolte arabe e vedremo se fioriranno. La Siria lascia molti dubbi al riguardo ed è evidente come la cattiveria del potere non abbia colore politico che la distingua.


Il primo sentimento che incontriamo è l’incredulità del male, fino alla resa che non è mai per il protagonista rassegnazione, quando accettazione della vita con una connotazione certamente diversa tra religiosi e laici. Alla privazione della libertà e soprattutto all’incertezza del futuro, che nella detenzione senza condanna regolare esaspera il senso dell’ignoto che accompagna tutta la vita, fa riscontro il sogno che nessuno può rubare; il bisogno di raccontare e condividere con gli altri detenuti e la memoria, come unica possibilità di non perdere l’identità in tredici anni senza carta, né penna e senza specchi, senza privacy, senza affetti noti.


Il tempo è la dimensione forzata e dilatata su passato e futuro mentre il presente è vacuo, perché senza scelta, senza organizzazione personale ed è una disponibilità vuota che può far precipitare nelle follia.


Soprattutto nei primi anni il prigioniero combatte con il dolore psicologico, emotivo, la struggente nostalgia della dimensione erotico-sentimentale, nonché fisica per le torture e la fame – che non si riesce a colmare nemmeno con i sogni a occhi aperti – e con la paura. Il legame è molto interessante, drammaticamente tale, perché ci si accorge che la seconda è peggiore del primo e che spesso quando si ha meno paura perché si conoscono le dinamiche, perfino ci si abitua alla prigionia e alla tortura, il dolore anche fisico diminuisce.


All’inumanità e all’inasprimento dell’uno contro l’altro in una lotta senza quartiere nella quale torna ossessivamente la domanda ‘Perché?’ e ‘Perché proprio a me?’, si fa strada gradualmente la solidarietà e la pietà nella dimensione corale; l’intimità sublimata di pochissimi e rari rapporti che si sviluppano in situazioni limite - fino ad esempio a far dubitare della propria eterosessualità il protagonista – e nello stesso tempo si aprono tecniche di sopravvivenza. C’è chi ‘sceglie’ di impazzire per poter consapevolmente, si fa per dire, abbracciare il mondo della non logica e il sogno, la via della diversione; chi di lasciarsi sprofondare nella propria fede; chi di arroccarsi nella propria conchiglia cercando e coltivando dignità ed onore fino al paradosso come Mustafa e dico con questo con sommo rispetto quanto con l’incredulità di chi comunque non ha sperimentato la disumanizzazione. Se il tempo scorre lento e sempre uguale c’è una progressione comunque che si incide nell’animo: la rivolta e la ricerca della propria difesa inziale lascia il posto al silenzio, all’isolamento prima indotto e poi cercato; quindi alla voglia di parlare e di tornare alla propria lingua o lingue, alle conversazioni in francese con Nassim, perché la parola segna l’identità dell’uomo. Durante i lunghi anni di prigionia si segue con stupore disorientato la deformazione della carneficina mentale prima di quella esercitata da parte dei detentori o semplici rappresentanti del potere, vittime di loro stessi e del sistema; dall’altra parte il percorso delle vittime e in particolare la capacità dei credenti musulmani che supera nella mia esperienza quella dei cristiani. Non so se definirla generosità perché mi sembra perfino riduttivo; esiste una caparbietà in quel mondo per il quale non trovo le parole, una sorta di estensione e modulazione della fede che ai martiri cristiani è sconosciuta. Forse per questo la Siria non è il male e l’autore non riesce a condannare mai definitivamente il proprio paese: quegli anni di reclusione ai limiti dell’inferno gli hanno insegnato pur sempre delle verità. E ci insegnano che l’uomo ha abissi insondabili ma risorse incredibili per sopravvivere.


Infine l’ultima parte racconta l’uscita dal carcere, la libertà, la consapevolezza senza trionfo di avercela fatta e di essere riuscito a diventare pienamente un uomo nel nome della dignità e dell’onore, ma non c’è una vittoria. La memoria del dolore brucia per sempre e i sogni che erano l’ancora per sopravvivere in cella non hanno più senso una volta nel mondo esterno. C’è una silente nostalgia per quello che è irrimediabilmente perso, la giovinezza, i propri genitori, le gioie dell’amore. L’anestesia del cuore salva dal dolore e combatte la paura, ma uccide la vita che resta più importante per gli altri che vestono un reduce da eroe.


Il protagonista non sta dalla parte di nessuno, non vuole scrivere una conclusione perché non c’è, non si sente unico ed è proprio in questo atteggiamento la grandezza del libro. Vuole solo essere lasciato in pace perché non vuole (più) niente. Eppure, fosse anche solo per questo testo, il suo futuro è pieno e fecondo perché, come dice un proverbio arabo citato nel libro, quando si hanno dei figli non si muore mai del tutto. E i figli (ndr) sono anche coloro ai quali si scrive, si insegna. Probabilmente Khalifa ha in mente anche qualcos’altro: non si muore una sola volta, ma tutte le volte che un altro uomo, soprattutto se una persona cara, muore o soffre.


La conchiglia
I miei anni nelle prigioni siriane
di Mustafa Khalifa
Castelvecchi Editore
Collana Diwan diretta da Franco Rizzi
18,50 euro


Articolo di Ilaria Guidantoni

 

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