“Je rêve d’être tunisien - Chroniques 2010-2016” di Kamel Daoud

Scritto da  Domenica, 07 Maggio 2017 

Letteralmente sogno di essere tunisino, ovvero libero, perché la Tunisia appare al giornalista e scrittore algerino – consacrato al successo internazionale con il romanzo Mersault, contre-enquête – il paese della possibilità, di chi ha il coraggio di guardare avanti e di non vivere in nome del passato, dei morti e dei martiri. Autocritica dell’Algeria che non ha curato le proprie ferite, il testo – presentato alla recente fiera del libro a Tunisi – è una raccolta di “cronache”, commenti e analisi dell’attualità del mondo arabo, lucida, a tratti poetica, con una disamina del terrorismo che condivido pienamente: i djihadisti non sono figli delle rivoluzioni ma delle dittature che le hanno precedute.

 

Ho incontrato Kamel Daoud la prima volta virtualmente a Parigi quando era uscito il suo romanzo, “anti-Camus” – l’edizione algerina Barzakh è del 2013 - con il quale ha vinto il Goncourt du premier roman nel 2015 e che gli ha dato la notorietà (la recensione è su Saltinaria). Tra l’altro è uscito nella traduzione italiana con il titolo Il caso Mersault (pubblicato da Bompiani). L’ho incontrato di persona a Tunisi dove ha presentato il suo nuovo libro, di taglio giornalistico – Kamel è un redattore del quotidiano di Orano, città dove vive – con l’edizione tunisina, in occasione della Foire du livre che si è tenuta al Kram a Tunisi dal 29 marzo al 2 aprile scorsi.
Giornalista battagliero, non amato da molti connazionali perché aspramente critico verso il proprio paese che accusa di crogiolarsi nel sangue della vittime, nel coltivare la disperazione invece che il coraggio della speranza e di un generale ripiegamento su se stesso, pur esprimendo un grande amore e ammirazione per la Tunisia, mantiene un’apprezzabile lucidità di analisi. Il titolo, che tradotto letteralmente è “Sogno di essere tunisino”, sottintende l’equazione con libero, come lo è un cittadino tunisino dal momento della rivoluzione del 14 gennaio 2011 anche se – correttamente a mio parere – l’autore sottolinea come i Tunisini abbiano ucciso l’autorità del padre-dittatore ma non ancora la sua autorevolezza interiore e come l’autocensura sia più difficile da sconfiggere.
In apertura è chiaro il tema e il messaggio del libro perché l’autore dichiara che “la Tunisia è importante come esperienza politica nel cosiddetto mondo “arabo” ma anche per l’effetto di “contrasto” con il vissuto algerino e il nostro decennio nero”. La guerra civile degli anni Novanta del Novecento tra governo autoritario ed esercito da una parte, radicalismo islamico dall’altra, ha profondamente segnato l’Algeria che ancora non aveva rimarginato le ferite della colonizzazione francese che è più portata ad andare in soccorso nelle situazioni di crisi e di scacco piuttosto che a sostenere le nascenti democrazie. Infatti non ha creduto nella rivoluzione tunisina, che malgrado i tentennamenti, la crisi economica e il terrorismo ha tenuto, aprendo una via originale alla democrazia nel mondo arabo, smarcandosi dal fatalismo rinunciatario degli stessi paesi arabi così come dal pregiudizio europeo che vuole il mondo “arabo” incapace di democrazia. In effetti quando ero ad Algeri a gennaio 2014 per scrivere il mio libro sull’Algeria intervistando le persone capivo che malgrado il sostegno ai tunisini nella fase della cacciata del dittatore e della liberazione, prestavano poco ascolto alla voglia di libertà portata avanti dalla rivoluzione, bollando i vicini come ingenui. La storia ha dato per ora ragione alla Tunisia. Daoud sottolinea che al limite si tratta di Idealismo, comunque preferibile al Fatalismo. Forse il problema dell’Algeria è proprio il suo tesoro, il petrolio. Un libro coraggio il cui messaggio centrale che è anche una dichiarazione di impegno da giornalista e da cittadino è che è meglio occuparsi dei vivi che adorare i morti (alias martiri o vittime) come fa invece l’Algeria. In effetti per Daoud è il richiamo ad agire in prima persona e non a venerare chi ha lottato al nostro posto. In tal senso sottolinea come manifestare non sia rompere tutto ma infrangere (spezzare le catene): l’espressione francese è incisiva, manifester: ce n’est pas casser mais briser”.
E’ interessante l’analisi, a volo d’uccello, delle varie rivoluzioni con l’esito relativo e dei tentativi falliti o nemmeno tentati come il caso dell’Algeria, di tutti i paesi arabi perché offre una visione d’insieme ma analitica dall’interno. E’ infatti il punto di vista di un algerino, discutibile forse ma almeno non omologante e riduttivo com’è spesso lo sguardo europeo che assimila in una prospettiva unica il sud del Mediterraneo. Con lo stesso criterio analizza le dittature, anche quelle travestite da monarchie o da Repubbliche, die vari paesi di questa parte del mondo. Di fronte a questo panorama la Tunisia è un caso unico che resta in piedi malgrado tutte le Cassandre e i colpi del terrorismo. A tal proposito condivido pienamente la tesi secondo la quale i terroristi sono frutto dei regimi dittatoriali che invece si sono schermati come frontiera contro l’islamismo radicale e aggressivo, perché non sono “una generazione spontanea” che nascono dalla sera alla mattina come le loro lunghe barbe. In modo velato infatti la critica è all’Algeria quando si dice che si lotta contro il terrorismo forse più in apparenza che in sostanza visto che si perseguono le libertà e si costruisce la più grande moschea di tutta l’Africa (quella in corso di realizzazione fuori Algeri) ma lo stesso Ben Ali si è mosso riguardo la religione in modo contraddittorio. D’altronde come ben sottolinea Kamel Daoud in nome del Corano i djihadisti uccidono ma non per conto del Corano perché il terrorismo non è l’Islam. E’ curioso anche il richiamo all’odio per la donna, come colei che richiama alla vita, al corpo, alla possibilità di differenziazione. La Tunisia è un esempio per il nostro autore perché “E’ un paese vivo che abita il presente”, che è nell’inaugurale, ovvero nella possibilità ed è questo essere uomini responsabili e artefici del proprio destino, dialogare con il cielo più che sottomettersi. In questo senso anche il tentativo di venire a patti con il partito religioso integrandolo nel governo è prova di concretezza.
Dal punto di vista stilistico, l’autore ha una penna felice che unisce l’abilità accattivante, il dono della sintesi e la chiarezza del giornalista, alla capacità di una scrittura lirica che prende il volo narrativo e che conferma a mio parere la grandezza della scrittura algerina contemporanea.

Je rêve d’être tunisien
Chroniques 2010-2016
di Kamel Daoud
Cérès Éditions, Tunisi 2017
Éditions Barzakh, Algeri 2017

Articolo di Ilaria Guidantoni

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