Javier Marìn: “De 3 en 3”

Scritto da  Ilaria Guidantoni Sabato, 12 Aprile 2014 

"De 3 en 3" è un libro che racconta il viaggio dello scultore messicano contemporaneo, Javier Marìn e la sua ascesa internazionale nella singolare complessità della sua arte che unisce il classico, e soprattutto il trionfo del barocco, all’inquietudine del contemporaneo. Il libro è la testimonianza del percorso europeo dal 2008 ad oggi, con uno sguardo singolare al backstage della preparazione della mostra itinerante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nella suggestiva cornice della Biblioteca Angelica di Roma è stato presentato un libro dedicato all’attività di Javier Marìn, nato nel 1962, ma già noto a livello internazionale (è del 2003 una sua monografica alla Biennale di Venezia). Si tratta di una pubblicazione originale perché non è né un catalogo né un saggio, ma un percorso sull’autore e la sua arte attraverso la mostra, itinerante dal 2008, che ha preso volti diversi nelle varie città, andando anche a curiosare dietro le quinte. La manifestazione è stata ospite della Direttrice della Biblioteca, Fiammetta Terlizzi, che ha ricordato l’impianto della sala su progetto di Luigi Vanvitelli realizzato a metà del Settecento su commissione dei Padri Agostiniani, proprietari di tutto l’isolato, luogo di iniziative e non solo di consultazione dei libri per quanto ricco di circa 110mila volumi.


De 3 en 3”, racconta il cammino partito nel 2007 da Madrid e Avila in Spagna, quindi nel 2008 a Pietrasanta, nel locale Complesso di Sant’Agostino con una madrina attenta al connubio tra pubblico e privato, arte e territorio, Barbara Paci, gallerista e appassionata di artisti giovani, ma già maturi, che si misurano con un figurativo singolare, di sperimentazione e di frontiera. La sperimentazione è partita dalla città della scultura per eccellenza vicina al mondo delle cave, a due passi da Carrara, e delle fonderie d’arte, per continuare nella Milano europea (a Palazzo Reale) e trasferirsi, Oltralpe, a L’Aia, quindi a Bruxelles, a La Baule-Escoublac, in Lussemburgo e, a fine 2012, a Roma, con un percorso partito dal Macro La Pelanda per attraversare le vie cittadine e salire al Pincio.


Barbara Paci definisce l’arte di Javier un “tappeto scultoreo di meravigliosa complicazione” e questa suggestione forte, una sferzata di energia travolgente, che emana dalle opere dello scultore messicano. Quest’idea è stata ripresa anche dall’Ambasciatore del Messico in Italia, che ha messo l’accento sulla forza delle sue opere: fastose, complicate, intreccio di lavoro fisico e intellettuale, nelle teste monumentali dei suoi purosangue o in quelle dei cavalieri. Nell’arte di Javier si respira l’arte preispanica e il barocco insieme e la sensazione è un ossimoro che a volte si percepisce direttamente, in altri casi si scompone in due visioni separate a seconda dell’occhio che guarda: l’immagine della guerra e del dolore come anche l’evocazione di un mondo etereo.


Federico Mollicone, Organizzatore e Past President della Commissione Cultura per Roma Capitale, nel suo intervento ha sottolineato che concorda con quanto scritto in uno dei testi del libro da Antonio Paolucci, secondo il quale Marìn è borderline, tra il classico barocco e l’inquietudine contemporanea e ha evidenziato l’importanza, colta dalla gallerista Barbara Paci, di un’occasione perché le nostre città non perdano il contemporaneo. Il libro, in doppia lingua – italiano e inglese – frutto di una coedizione della Galleria Paci con Terreno Baldìo arte, racconta anche la fede di Javier Marìn nell’arte universale, quale maniera di unire l’umanità al di là delle lingue, delle differenze culturali e dei confini geografici.


Articolo di Ilaria Guidantoni

 

TOP