"L'invenzione della madre" di Marco Peano

Scritto da  Lunedì, 07 Settembre 2015 

Della madre non sappiamo nulla. Il dolore non livella, universalizza. La madre, protagonista di questo romanzo a due voci, non ha bisogno di descrizioni, né di lunghe presentazioni. È madre e madre da sempre per il figlio Mattia, testimone del lungo ed estenuante decorso del male che l'ha colpita.

Il romanzo d'esordio di Marco Peano affronta con chirurgica lucidità – che tuttavia non sconfina mai in asettico distacco – un argomento pericoloso per ogni narratore: la malattia. Non è facile parlare di un argomento del genere senza farsene fagocitare, senza che i protagonisti, gli ambienti, le vicende esistenziali che sempre accompagnano anche il peggior dolore, si annullino diventando semplice abbozzo. Pagina dopo pagina assistiamo al progressivo sgretolamento della normalità, di un universo che per il protagonista rappresenta il mondo come da sempre lo ha conosciuto. La vita che perde pian piano di colore e si trasforma in mera esistenza, in sopravvivenza, in resistenza di fronte all'ineluttabile. Tutto questo viene espresso da Peano in una prosa sintetica, fatta di capitoli brevi, intervallati da parentesi che contengono le riflessioni del protagonista, costantemente impegnato a coltivare un ricordo “in vita”, trattenendo istanti, così simili ai fotogrammi di un film, frammenti di un sogno da regista congelato e sospeso in un eterno “sarò” dall'avanzare del male.

La vita che si spegne viene descritta con un occhio puntato sulla madre e uno sul quel presente/fermo immagine dove tutto sembra in attesa di un evento risolutore: un miracolo o la fine. Il rapporto con la fidanzata, il legame con il padre, le amicizie, le prospettive per il futuro vivono in relazione alla malattia. Ogni minuto è prezioso e contiene un potenziale ricordo che dev'essere registrato. Anche l'ostinato recupero del passato diventa un modo per fermare il presente, per prepararsi al peggio, con la speranza che il peggio possa essere differito all'infinito.
Il dolore, a differenza della felicità, non è mai davvero compreso a fondo, ma rimane sempre unico e si trasforma spesso in incomprensione. Mattia non comprende e non accetta il male: attraverso una serie di rituali farmacologici – cure che servono a lenire tanto il dolore fisco del paziente quanto quello psichico, causato dall'impotenza, di chi ne ha cura – cerca di esorcizzare la morte. Allo stesso tempo quell'incomprensione interiore riflette all'esterno un senso di totale chiusura rispetto all'aiuto, di estraneità ai tentativi di consolazione. L'incomprensione diventa pubblica.

In un mondo sempre più popolato da oggetti reliquia, creati per sopravvivere alla madre, segno tangibile della sua esistenza anche nel “dopo”, non c'è traccia d'idealizzazione del dolore. Peano non cede un istante alle lusinghe della retorica, all'immagine del “buon sofferente”. Mattia è umano, umanissimo, e non c'è spazio per lo stoicismo nel suo dolore.
L'autore ci mette di fronte all'ostinazione, alla crudeltà che a volte l'amore può produrre di fronte alla mancata accettazione del male: accanimento terapeutico lo definirebbe qualcuno, amore incondizionato e disperato per come emerge da queste pagine. Peano in questo romanzo esorcizza buona parte dei nostri tabù sulla morte, rivelando le normali piccole meschinità dell'animo umano di fronte alla fine. Le amiche che, dopo una visita al capezzale della madre, se ne vanno sollevate perché fortunatamente non è capitato a loro, i biglietti di pronta guarigione, le frasi di rito a cui nessuno crede, ma che pare tanto importante pronunciare, ma anche l'egocentrismo del lutto, il senso di colpa per quella sofferenza che non è come dovrebbe essere, il sottile piacere provato nell'infliggere dolore mentre si prova dolore, magari riaprendo vecchie ferite.

Non c'è traccia di buonismo in tutto questo. Il tempo non gioca solo il ruolo di colui che lenisce le ferite, ma è un nemico da combattere, l'elemento che impedisce a Mattia di vivere per sempre fra casa e negozio, di fermarsi in un'eterna adolescenza. Crescere significa trattenere il “buono” accettando la separazione, ma accettarla sembra impossibile. E così ancora una volta la vita reale si sovrappone a quella cristallizzata sulle pellicole dei filmati domestici, a ricordi che si teme vadano persi, ma che vengono affidati a un supporto – il vhs - che, ironia della sorte, sta scomparendo.
Questo male, che ha occupato buona parte della loro vita famigliare, sembra aver contagiato ogni elemento della vita di Mattia, che perde sempre più peso e spessore, così come il corpo della madre.
Lasciar andare, attraverso gesti rituali che ricordano riti pagani, ammettere che esiste una fine, per quanto inaccettabile, liberare i ricordi dal nastro che li imprigiona e farli vivere nel presente. Trovare la pace, quella possibile.

Un romanzo inteso, animato da una sensibilità matura, da uno stile sorvegliato e curato nel dettaglio. Scelte formali precise delineano i tratti di una prosa originale, che trova un suo spazio dai contorni precisi nel panorama letterario italiano. L'invenzione della madre possiede, in questo senso, molte delle caratteristiche proprie della produzione di un autore ormai affermato, senza tuttavia perdere quella freschezza che permette al lettore di non soffocare sotto il peso di argomenti che colpiscono le parti più fragili del vissuto personale. Peano ha esordito con un romanzo che “resta” e questa è un'ottima premessa per il futuro che verrà.

Marco Peano
L'invenzione della madre
Minimum Fax, 2015, pp. 280

Articolo di Caterina Bonetti

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