“In movimento” di Oliver Sacks

Scritto da  Domenica, 28 Febbraio 2016 

Un’autobiografia insolita, dentro la mente di uno scienziato che diventa in qualche modo scrittore della propria scienza, letterato della mente, intesa come organo, un’anatomia dei comportamenti umani dove fisiologia e neurologia si mescolano al sociale e alle dimensioni emotive. Eppure anche un affresco della società inglese ed americana di fronte al “disturbo mentale”, alle inclinazioni considerate “diverse”, un’indagine per certi aspetti spietata, in certi altri lirica e irruente come On the road.

In movimento, l’autobiografia di Oliver Sacks, esce il 15 ottobre del 2016, a poco più di un mese dalla scomparsa dell’autore pubblicato da Adelphi nella traduzione di I.C. Blum. Il 19 febbraio 2015 Oliver Sacks, probabilmente il neurologo in vita più conosciuto nel mondo occidentale, esce allo scoperto sulla sua malattia: gli resta poco da vivere, a causa di un raro tumore all’occhioche nove anni prima è stato rimosso ma che la sorte ha voluto rientrasse nel 50% dei casi in cui il cancro persiste fino alla metastasi; ma, dice Sacks, ha ancora tanti libri in cantina pronti per essere pubblicati. Nel caso questo avvenga, i libri verranno pubblicati postumi. E così è stato, dato che il 30 agosto 2015 Oliver Sacks è morto all’età di 82 anni, sconfitto dalla malattia. L’ultimo dei non postumi – almeno negli Stati Uniti e in Inghilterra, in cui è pubblicato rispettivamente da Knopf e da Picador – è destinato a essere proprio la sua autobiografia, On the Move. A life. Tradotto in Italia con In movimento, rappresenta il completamento del ciclo dell’opera di Sacks, un percorso durato un’intera carriera, iniziato con pubblicazioni di carattere prettamente divulgativo – sempre mediato dall’umanità caratteristica della scrittura del “Poeta Laureato della medicina” secondo quanto detto dal «The New York Times» – come Emicrania(1970) e Risvegli (1973), forse il suo testo più celebre reso noto al grande pubblico anche per il film interpretato da Dustin Hoffman del quale parla nella sua autobiografia.

La produzione è immensa. Se nella prima pare della produzione l’attenzione di Sacks è incentrata su un “movimento” che va dal neurologo, dalla sua sensibilità e dalla capacità d’immedesimazione, verso la medicina, i suoi pazienti, le patologie che si trova di fronte, nel tempo è la patologia, anzi il vissuto della stessa da parte di Sacks a diventare protagonista, rispetto al ruolo di medico. E’ evidente, per quanto racconta nel corso della sua voluminosa narrazione, che il rapporto con i genitori colti, medici entrambi, è essenziale per la formazione. Il padre, che muore a novantatre anni, visita fino agli ultimi giorni e continua imperterrito a fare visite a domicilio perché è l’uomo dietro il paziente, il suo ambiente familiare, la sua storia ambientale che è anche sociale e affettiva, il vero centro del suo interesse. Per lo stesso motivo, Sacks preferisce dedicarsi ad aspetti insoliti della malattia, anche se la carriera è più faticosa e tortuosa e si intuisce una vera e propria passione nell’osservazione dell’uomo paziente, una curiosità esistenziale profonda.

La seconda parte della sua produzione è costituita dalle raccolte di romanzi clinici L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985 che ebbe una versione teatrale per la quale Sacks nutrì grande apprensione, ricevendo poi invece il plauso della vedova dell’uomo al quale si ispira la storia), Un antropologo su Marte (1995) – i suoi due libri più famosi – e Vedere voci (pubblicato per la prima volta nel 1989 e in cui il lettore si immerge per più di 250 pagine in un mondo senza suoni, del quale qualche anno fa al Teatro valle di Roma vidi una splendida realizzazione teatrale). Poi arrivano libri come Zio Tungsteno (2001), un’autobiografia sull’infanzia, l’adolescenza e la passione per la chimica del giovane Oliver, e Diario di Oxaca (2002), rielaborazione della sua esperienza in Oxaca, Messico, per una spedizione scientifica informale sulle felci, una delle sue tante passioni al di fuori della medicina, anticipati nel loro stile solamente da Su una gamba sola (1991), il resoconto di Sacks sul suo rapporto con la lacerazione del tendine di una gamba, sull’incidente che l’ha provocato, e sulla convalescenza. Poi ci sono Musicofilia (2007), L’occhio della mente (2010) e Allucinazioni (2012).

Gradualmente lo stile di Sacks da scientifico è sempre più letterario anche se la formazione originaria, il gusto del dettaglio, certi elementi un po’ pedissequi restano, frutto della sua formazione. Tra l’altro, a mio parere, lo stile si accompagna ad un’evoluzione del pensiero per cui dallo studio del dettaglio si passa gradualmente alla visione d’insieme come prioritaria. Ecco che la medicina non è più l’orizzonte ma una parte dello studio e dei suoi interessi o meglio è concepita all’interno di una visione esistenziale.

La biografia, qualche volta un faticosamente dal punto di vista della lettura, procede su due binari spesso interconnessi tra la sua vita privata e quella pubblica, organizzata come la sua settimana con il fine settimana libero, dedicato alle passioni quali la moto e il suo vagare libero che lo si ritrova anche in copertina. La foto sulla copertina mostra infatti un ragazzo ormai diventato uomo, i capelli rasati, seduto su una BMW R60 – la prima moto non usata comprata da Sacks –, con addosso un giubbino di pelle nera e un paio di jeans, a suo agio. in posa rilassata anche se non del tutto capace di nascondere la consapevolezza di trovarsi di fronte a un obiettivo, come ci suggerisce la leggera smorfia delle labbra.

Il suo è un racconto di memorie che nel procedere cede spesso il passo alla presa diretta come se l’autore rivivesse quanto narra senza sapere come va letteralmente a finire. L’impressione che si riceve è di un uomo, che al di là dei riconoscimenti, dell’amore ricevuto – a cominciare da quello in famiglia – è stato in fondo molto solo e solitario. Non schierato in prima linea per la difesa dell’amore omosessuale, fu certamente un travaglio il suo vissuto a cominciare dalla confessione in famiglia per la quale riceve una risposta atroce dalla madre, che avrebbe preferito non fosse mai nato. Amori contrastati, stralunati e molta castità.

C’è sicuramente molta densità nella sua vita, tante delusione e la difficoltà di vivere nel Regno Unito degli anni Cinquanta, in una società chiusa mentalmente, che lo spinge probabilmente a chiedere la green card americana. Il libro è un autoritratto impietoso, dall’abuso di droghe per un periodo, la sua solitudine, scelta e condanna, la passione anch’essa estrema per il sollevamento pesi e la moto. Tutto vissuto un po’ al limite, anzi spesso ben oltre il limite, eppure non si ha l’impressione della trasgressione se non in senso etimologico, l’azzardo della mente e del cuore a spingersi oltre; non già il gusto dello scandalo, dell’esibizione, dell’andare controcorrente o, ancora, della ribellione e della rivolta. Non c’è nulla di rivoluzionario nel personaggio di Sacks, almeno nel senso tradizionale. La sua non è a mio modesto avviso una scritture sublime ma lucida e incisiva e la sua vera rivoluzione è stata quella di non arrendersi mettendo la medicina – senza manifesti e proclami – al servizio dell’uomo, prima di tutto di se stesso, facendone uno strumento di conoscenza per il medico non solo come curatore, quanto come possibile ed eventuale paziente oltre che come uomo. E’ la sua sincerità che spiazza.

In movimento
di Oliver Sacks
Biblioteca Adelphi
Ottobre 2015
Euro 22,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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