"Il treno da Mosca" di Maurizio Lo Re

Scritto da  Lunedì, 27 Maggio 2019 

Un romanzo classico per alcuni aspetti con tutti gli ingredienti, di avventura, intesa nell’accezione esistenziale, non tradizionale, scritto in uno stile che è stato definito in linea con il miglior Graham Greene, dove l’avventura non è fine a se stessa quanto funzionale ad una riflessione sull’inquietudine del vivere. L’avventura è lo stare al mondo quando non si è passivi e non ci si lascia andare allo scorrere del tempo con lassitudine.

 

Un romanzo nel romanzo, libro nel libro, presenta un côté da intreccio di spionaggio che trovo una diminutio definire spy thriller, anche se lo spionaggio industriale entra nella vicenda pienamente e ad un certo momento ne costituisce l’asse portante. Il tema più interessante, al di là dell’intreccio ben costruito con una scrittura ritmica che tiene viva l’attenzione, nei rivoli delle pagine dense, dove c’è anche molto spazio alla descrizione – altra caratteristica del romanzo classico – è l’affresco storico che ne emerge. Sullo sfondo infatti l’URSS tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, il rapporto con il mondo “italiano”, nonché gli echi della seconda guerra mondiale e della resistenza ancora vivi in alcuni personaggi. Tra l’altro l’ispirazione è a fatti reali e il testo è stato scritto con un lavoro di documentazione attenta oltre che da una penna ben informata dei fatti. L’autore infatti è un ex ambasciatore italiano a Riga, in Lettonia, tra il 2000 e il 2004, che, dopo una lunga carriera diplomatica, traendo spunto dalla sua lunga esperienza, ha scritto una serie di romanzi storici, La linea della memoria (2002), Filippo Paolucci, l’italiano che governò a Riga (2006), Gli amici di Leuwen (2009) e Domani a Guadalajara (2013), l’ultimo dei quali appunto Il treno da Mosca, appena uscito per i tipi della Oltre Edizioni. Il titolo è di per sé un simbolo della grande letteratura russa che probabilmente senza i treni sarebbe stata diversa, con quel carico di significato che ha il viaggio soprattutto quando lungo, disagevole, e disseminato di rischi. Nell’ultimo viaggio con il quale si conclude il libro, il ritorno dalla Russia, nelle sue tappe attraverso il blocco dei paesi sovietici, fino alla Jugoslavia per poi arrivare a Trieste, quindi a Venezia in Italia, diventa il coronamento di un cammino iniziatico verso il ricongiungimento di due persone, due vite separate dalla crudeltà della storia, da due destini diversi e riuniti dal protagonista che finalmente ha ricomposto il puzzle della propria vita, che sente ormai completa. Il viaggio aveva preso avvio sempre su un treno e grazie ad un libro dimenticato-abbandonato. Interessante la cura nella ricostruzione dell’ambiente sociale russo e dei diversi ambienti con l’occhio del regista. D’altronde il testo è un film perfetto anche nella dosatura dei dialoghi e riflessioni. Protagonista della vicenda è l’avvocato Lucio Manacorda, io narrante di questo romanzo, uscito di recente da una grave crisi esistenziale e professionale. Dopo essere riuscito a riprendere in mano la propria vita, sente di dover affrontare ancora un’impresa per uscire dalla sua personale prigione. L’occasione si presenta quando gli capita di trovare sul treno una vecchia copia del romanzo Lucien Leuwen di Stendhal, in tempi lontani appartenuto a Lorenzo Stefani, un ufficiale italiano perso nel caos dell’8 settembre 1943, deportato in Germania... Tutto si incentra sul trasferimento clandestino, nella allora Unione Sovietica, di una donna russa, Irina, nell’occidente libero, in Italia. Compito che vedrà in campo i servizi segreti italiani, dando corso a una vicenda ricca di avventura e suspense, motivata da un groviglio di sentimenti. Storia avvincente che impone naturalmente una partecipazione al lettore perché, per quanto avventurosa, è decisamente credibile e affronta, oltre un’avventura, politico-industriale e una storia sentimentale, anche un viaggio iniziatico nell’io del protagonista: dal senso di inadeguatezza al riscatto, dall’inettitudine al coraggio e alla responsabilità. In questo senso il romanzo è nella scia novecentesca del racconto dell’anti-eroe ma decisamente post-moderno o, se volete, anti-moderno perché alla fine l’autore ricompone un personaggio di statura, che è un uomo risolto e solido, quasi una figura da romanzo filosofico, colui che attraverso una serie di prove, supera la tentazione di una facile avventura e mantiene il proprio rigore morale. Il viaggio in Russia infatti è legato anche al trafugamento di un segreto militare sovietico con la copertura dei servizi segreti italiani, un fatto realmente avvenuto dopo il 1981, un pezzo aeronautico di produzione russa, secondo quanto scrive nelle sue memorie l’ammiraglio Fulvio Martini, Nome in codice: Ulisse (Milano, 1999). Per quanto concerne la copertura della fuga in Occidente di cittadini sovietici è noto che vi ricorrevano tutti i servizi segreti dei paesi dell’Europa Occidentali. I riferimenti poi a quel treno che collegava Roma a Mosca tra gli anni Settanta e Ottanta sono stati ricostruiti grazie a Tatiana Plomochnik – amica dell’autore – del Servizio Storico delle Ferrovie dello Stato, che all’epoca di Gorbaciov prese quel treno da Mosca a Venezia.
La storia prende appunto avvio da un escamotage plurimo, il diario di prigionia in un campo di concentramento tedesco durante la guerra scritto da un ex ufficiale italiano, Lorenzo Stefani, sulle pagine del Lucien Leuwen di Stendhal, il ritrovamento del libro su un treno da parte di Lucio Manacorda, il protagonista e io narrante della storia, l'incontro tra i due che porterà il Manacorda al rischio di far fuggire la figlia che Stefani ha saputo di avere in Russia dall'Unione Sovietica ancora sotto il comunismo. Alle radici della narrazione c’è Lorenzo Stefani, un ufficiale italiano perso nel caos dell’8 settembre 1943, deportato in un campo di concentramento tedesco, dove salva la vita di Olga, una detenuta russa, con cui intreccia un rapporto. Da qui l’idea dell’autore del diario di prigionia scritto sulle pagine dell’opera di Stendhal, trovato casualmente dall’io narrante quasi quattro decenni dopo, che offre lo spunto per approfondire la psicologia dei personaggi e raccontare il particolare contesto dell’Italia e dell’Unione Sovietica in quell’epoca. La storia di quegli anni non è solo una cornice ma parte integrante del libro come quel riferimento al Lucien Leuwen di Stendhal, autore molto da Maurizio Lo Re, che compare in un altro romanzo, del 2009, che si intitola appunto Gli amici di Leuwen. L’ispirazione, non so se voluta ed diretta o legata soprattutto all’atmosfera, risente anche indubbiamente della grande letteratura russa e forse è più vicino alla letteratura della grande madre russa che a quella italiana.

Il treno da Mosca
di Maurizio Lo Re
Oltre edizioni
Narrativa italiana
Maggio 2019
Pagine: 370
ISBN 9788899932435
€ 18.00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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