“Il trasferimento” di Manlio Cancogni

Scritto da  Domenica, 25 Ottobre 2015 

L’ultima sorpresa di un grande del Novecento, schivo e discreto, una vicenda narrata con una scrittura asciutta ambientata nella Libia degli anni Trenta, che si conferma di grande attualità.

E’ il piglio del giornalista, la scrupolosità del cronista, non d’assalto, ma lucido analista della realtà che rende questo libro di uno degli scrittori sommi del Novecento, Manlio Cancogni, un testo di grande attualità, anche nello stile. Cancogni, scrittore e giornalista, morto il 1° settembre 2015 a novantanove anni, bolognese di nascita, ma di genitori versiliesi, è sempre rimasto legato alle sue origini. E’ sepolto nella sua Versilia, a Fiumetto. Personaggio di grande profilo, fu tra l’altro corrispondente per L’Espresso e l’Europeo, è stato un autentico signore del giornalismo e della cultura, senza divismo né l’arroganza di chi la sa lunga. La vicenda di questo manoscritto, ritrovato dallo stesso autore, qualche mese prima della sua morte, illustra bene lo spirito dello scrittore. Come racconta Simone Caltabellotta nella sua nota al testo, fu un libro che a più riprese Cancogni cercò di pubblicare e, una volta, quando era sul punto di farlo con la casa editrice Fazi, ruppe i rapporti per restare fedele al proprio pensiero, in seguito alla pubblicazione da parte di quest’ultima di alcuni testi di cui non poteva condividere lo spirito. Il libro fu composto a metà degli anni Novanta, probabilmente con la maturità e la giusta distanza dagli avvenimenti che narra e, ci informa Caltabellotta – uno dei principali protagonisti della riscoperta dell’autore – è totalmente diverso dagli altri romanzi, norma che Cancogni tenne sempre presente contraddicendo la regola diffusa secondo la quale ogni autore scrive in fondo sempre lo stesso libro per tutta la vita.

Quello che mi ha colpito è la fluidità della lingua, la modernità dei sentimenti, l’attualità della narrazione che non tradisce però l’ambientazione della stessa e manifesta non solo la lezione giornalistica assimilata – non rischia la deriva saggistica – quanto la capacità e possibilità di dire il tragico oggi. La vicenda narra in prima persona la storia di un funzionario del ministero degli interni di 47 anni che presta servizio in Cirenaica tra il 1934 e il 1938. L’avvio è un passaggio coniugale: la moglie, cagionevole di salute, decide di rientrare in Italia dove il clima sembra più clemente, pur soffrendo molto la distanza dal marito, appesantita dall’assenza di un figlio mai arrivato, alla quale Valeria non riesce a rassegnarsi. Durante tutto il libro c’è un’altra attesa che in certi momenti sembra diventare infinita quanto incerta ma che, questa volta porterà alla meta, quella del trasferimento appunto. Il funzionario, rimasto solo, si butta anima e corpo nel lavoro affrontando una serie di intrighi politici, diplomatici e religiosi tipici del mondo delle colonie e di tutti i luoghi di frontiera, dove la corruzione e la lascivia regnano sovrane. La statura morale resta integerrima sebbene sia messo a dura prova da un mondo di mediocri.

Scritto con il tempo classico della narrativa, all’imperfetto, il libro nella sua lingua semplice rivela una grande cura dell’italiano nonché un’eleganza preziosa che, soprattutto nel giornalismo, si è persa. La trama, apparentemente sottile, è l’occasione per un affresco di caratteri e personalità dei quali Cancogni è un sottile osservatore. Sua Eccellenza il governatore soffre di emicrania, male psicosomatico di chi non riesce a prendere decisioni gravi e sempre più assente, quasi latitante; Ben Barak, oppositore, marxista, iscritto al partito marxista e alla III Internazionale dal 1928, colto, forse solo un ribelle, figura che ci ricorda molti sedicenti rivoluzionari che non sono invece che rivoltosi e banditi di questi tempi. Riuscirà a fuggire da un carcere di massima sicurezza. C’è Sergina Coleganis, amica intima e seduttiva di Ben Barak, proprietaria di un caffè in via dell’Unità a Bengasi, nonché favorita di alti ufficiali del presidio, e di quel “disgraziato del principe Karahli”, dissoluto pretendente al trono, sostenuto clandestinamente anche dal governo italiano. Tra i vari personaggi il tenente Felicani e il tenente D’Anna, al servizio del nostro protagonista. Il primo, pugliese, è una sorta di centurione moderno, di fede fascista, per il quale Sergina è solo una prostituta; mentre il protagonista non ha fede ma solo senso del dovere e rigore d’uomo. Il tenente D’Anna, invece, è un napoletano, scuro e lucido di brillantina dalla testa alla punta dei piedi, che fuma 40 Africa al giorno, con la nostalgia dello sport che aveva praticato con qualche soddisfazione in gioventù. C’è, ancora, il potente imam Cofazi che vuole - e avrà - la testa di Nissim, predicatore e profeta misterioso, perseguitato per le sue idee rivoluzionarie e la predicazione di pace.

Per chi conosce quei luoghi e segue le vicende attuali è impressionante l’attualità della riflessione religiosa su una religione che senza fede diventa ancora più pericolosa.
Interessante l’analisi sulla questione della libertà di culto sancita e ribadita dalla statuto del 1921 che vede gli italiani tutelare la religione musulmana, più per ragioni politiche anti-francese e anti-inglese, là dove i colonizzatori avversari in guerra, avevano cercato di schiacciare l’islam, che per tolleranza.

Il trasferimento
Manlio Cancogni
Elliot Edizioni

Articolo di Ilaria Guidantoni

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