Il teatro di Emma Dante - nelle fotografie di Giuseppe Distefano (Infinito edizioni, 2011)

Scritto da  Domenica, 21 Agosto 2011 
Il teatro di Emma Dante

In primo piano Emma Dante, l’autrice e regista siciliana che nel corso dell’ultimo decennio ha letteralmente sradicato convenzioni e stilemi della drammaturgia contemporanea proponendo – con trionfale ed unanime consenso di pubblico e critica – la sua livida disamina critica sulla realtà attuale ed in particolare sull’ancestrale microcosmo della Sicilia delle sue radici. Il suo teatro carnale, sanguigno, violento, vorticosamente impetuoso e al contempo romantico, denso di vibrante umanità e lirismo rivive nel prezioso volume fotografico realizzato da Giuseppe Distefano, presentato da Infinito edizioni nell’ambito della Collana Grandangolo.

 

La casa editrice Infinito edizioni presenta

nuovo in libreria

IL TEATRO DI EMMA DANTE

Nelle fotografie di Giuseppe Distefano

Con testi di Emma Dante, Rodolfo Di Giammarco e Giuseppe Distefano

(pagg. 156 - € 17,00 – su carta patinata a colori)

 

Un appassionato viaggio nel tempo della durata di un decennio, da “mPalermu” del 2001 al recente atto unico “Acquasanta”, primo capitolo della “Trilogia degli occhiali”, che disvela, attraverso istantanee incredibilmente espressive, feroci e dirette, il lato più misterioso, segreto, intimo ed elegiaco del teatro della Dante. Dopo gli interessanti testi introduttivi curati dalla stessa Emma Dante, dal critico teatrale di “La Repubblica” Rodolfo di Giammarco e dall’autore della raccolta fotografica Giuseppe Distefano, si dispiega dinanzi ai nostri occhi una vivida ed emozionante collezione di ricercate foto di scena, capaci di cristallizzare l’azione scenica in frammenti di preziosa arte visiva dal lacerante fascino espressionistico; e la potenza di suggestione di questi scatti permane inalterata sia nel caso in cui il lettore abbia avuto la fortuna di assaporare le opere nel loro contesto naturale, il buio del luogo teatrale (e dunque torni ora a riviverle secondo un’inedita prospettiva) sia che si tratti del primo approccio con i lavori dell’artista siciliana (con il fascino della scoperta e l’inevitabile impatto dirompente che contraddistingue la cifra stilistica del suo teatro).

Nel viaggio fotografico propostoci da Distefano si percepisce distintamente il viscerale e violento incantamento esercitato su di lui dagli spettacoli della Compagnia Sud Costa Occidentale, nonché la sincera ammirazione e la sempre più profonda conoscenza della dimensione artistica ed umana di Emma Dante, maturata attraverso una collaborazione che l’ha portato sin nel cuore del processo creativo, con l’opportunità anche di assistere e fotografare lavori teatrali in fieri, nel corso di laboratori, workshop e studi preparatori. Una stima e una condivisione di intenti peraltro assolutamente reciproca, dal momento che la stessa Dante riscopre nella luce e nello sguardo tagliente di colui che è divenuto il suo fotografo di scena ufficiale la possibilità di scovare e rendere eterni dettagli e verità che il pubblico in sala non potrebbe altrimenti in alcun modo percepire, l’opportunità di catturare l’essenza segreta e primigenia del suo teatro, quel “qualcosa che non arriva al pubblico e che serve agli attori per mantenere il mistero che nutre parole e gesti”.

Distefano con la sua arte ci presenta pertanto un inedito punto di partenza per analizzare la produzione drammaturgica fortemente coerente e personale dell’idolatrata regista palermitana, rifuggendo il paradigma di un’asettica e semplicistica documentazione dell’evento rappresentato sul pascoscenico, e ricercando piuttosto – con l’inevitabile necessità di “sporcarsi le mani” – un’interpretazione originale, sorprendente e densa di significato dei suoi lavori; l’obiettivo della macchina fotografica entra quindi prepotentemente in scena, soggetto teatrale con dignità pari a quella degli attori, accettando di divenire preziosa componente integrante di un “teatro sporco e fastidioso alla vista”, che dichiaratamente si prefigge di “raccontare un mondo feroce e irredimibile”.

Partendo da “mPalermu”, spettacolo che undici anni fa nella sontuosa cornice del Tearo Valle sancì il primo incontro tra Giuseppe Distefano e il magmatico universo creativo della Dante, si snoda dinanzi ai nostri occhi un affresco di un’umanità corrotta e lacerata, a metà strada tra il realismo del contesto narrativo e la costante tensione verso un assoluto, un baluardo di eterna serenità che si trasformerà inevitabilmente in una speranza dolorosamente frustrata. Una sequenza di immagini fortemente evocative, immerse in una ben precisa collocazione sociale e geografica (quella dei dimenticati, dei reietti di una terra siciliana aspra ed inospitale) e che allo stesso tempo assurgono a un esemplare carattere di universalità, nella grottesca visionarietà di personaggi che diventano simboli degli umani vizi e debolezze. Si va dal silenzio, dall’immobilità e dalla drammatica impossibilità di tradurre il pensiero in azione di “mPalermu” alla tragedia familiare di “Carnezzeria” in cui tre fratelli si accaniscono violentemente sulla loro sorella, sposa bambina colpevole unicamente di portare in grembo un figlio, simbolo del peccato, dell’ignominia che colpirà la loro famiglia, dell’infezione che dilanierà il suo corpo e il suo destino; da “Vita mia”, apologia della vita che fugge via inesorabilmente attimo dopo attimo e del tentativo irrazionale e disperato di ritardare l’ultimo giro dell’implacabile giostra della morte, al provocatorio simbolismo del miracolo con cui “La scimia” discende dalla croce e si incarna innescando violente dispute teologiche, alterando l’ordine sacrale costituito e richiedendo capacità di comprensione e totale apertura dello spirito per andare oltre le sterili barriere imposte dal libero arbitrio; dallo straniante microcosmo familiare di “Mishelle di Sant’Oliva”, in cui l’attesa vana e fremente del ritorno di una fata incantatrice ormai svanita da un tempo immemorabile si tramuta in paralizzante solitudine e in una metamorfosi notturna inquietante, volgare, stantia e pesante, all’esperienza complessa e formativa di “Cani di bancata” (vissuta da Distefano in maniera totalizzante, a partire dal laboratorio di preparazione dell’opera, passando per le prove dello spettacolo, sino a giungere alla vera e propria rappresentazione sul palcoscenico), che ritrae l’Italia come capovolta e divisa, governata da un nugolo di beceri e pretenziosi politicanti allevati dalla mafia, femmina-cagna che ha nutrito, accudito, fatto studiare e condotto sino al potere i propri figli per poi imporre loro di rinnegarla in modo da non comprometterli con il sangue delle vittime innocenti che ha dovuto necessariamente versare per ordire le sue sordide trame; dal dramma familiare di incomunicabilità, malattia e disagio di “Il festino” all’ambizioso tourbillon di coloratissimo avanspettacolo, sanguinolenta violenza, soprusi efferati del corpo e dell’anima di “Le pulle”, viaggio onirico di cinque puttane (questo il significato del termine "pulla" in dialetto palermitano), quattro travestiti e un transessuale che in sogno ricevono dalle loro fate protettrici, attraverso un processo di metempsicosi, l’agognato dono dell’anima femminile, esorcizzando il loro passato doloroso ed il loro presente di individui ai margini della società. Questo percorso emozionante e privilegiato tra le pieghe più nascoste del teatro di Emma Dante si conclude sulla prua della nave immaginaria di Spicchiato, protagonista dell’atto unico “Acquasanta”, primo capitolo della “Trilogia degli occhiali”: la rievocazione di rocambolesche avventure vissute navigando tra i flutti dell’oceano si perde nella dimensione sfumata del ricordo, nel dramma dell’abbandono sulla terraferma e nell’incapacità di affrontare l’esistenza di povertà e solitudine che si prospetta dinanzi a lui, creatura che solamente nel mare può trovare comprensione ed un placido rifugio.

Un volume dunque imperdibile per gli appassionati della fotografia capace di catturare realmente l’essenza emotiva più profonda dell’arte teatrale, ma soprattutto per i numerosissimi estimatori dell’instancabile creatività, dell’ostinato genio visionario, dell’affilata, impietosa e convulsa galleria di personaggi di Emma Dante, voce stentorea e appassionata della nostra generazione e artista che con sensibilità e carisma ha saputo come pochi altri lasciare un segno indelebile sulla drammaturgia italiana dell’ultimo decennio.

 

Articolo di: Andrea Cova

Grazie a: Ufficio Stampa Caterina Falomo

Sul web: www.gdistefano.eu - www.infinitoedizioni.it

 

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