“Il tango” di Luis Borges

Scritto da  Lunedì, 22 Luglio 2019 

Un ciclo di conferenze del 1965 sul tema del tango, non una storia, una descrizione ma un’evocazione, la ricerca di un senso alla Borges, non una ricostruzione storico-scientifica quanto un senso emozionale. L’affresco che ci restituisce il grande scrittore, in un libro, che resta destrutturato, organizzato come una conferenza, è la visione di una Buenos Aires d’antan. Quella che neppure Borges ha conosciuto direttamente. Il tango è sinonimo di Buenos Aires, suo ambasciatore nel mondo, orgoglio argentino, foriero di conoscenza di una nazione giovane tra vicende gloriose e dolorose. Uno spunto per riflettere su una danza che è molto più di un semplice ballo, “è un pensiero triste che si balla”.

 

Borges conferma la sua vocazione di cercatore di senso, quello nascosto perduto, che si trova sempre in fondo ad un labirinto, una delle sue immagini tipiche. Così in queste quattro conferenze sul Tango, tenute nel 1965 in un locale della sua Buenos Aires e registrate su audiocassette conservate in modo inaspettato in una scatola di scarpe da un produttore di musica galiziano vissuto in Argentina, che poi le donò a un amico che lo aveva ospitato in Spagna, il quale le diede nel 2002 allo scrittore Bernardo Atxaga, Fu quest'ultimo nel 2007 a rintracciarne l’autenticità, così finalmente nel 2012 ne scrisse su un giornale e le consegnò a Cesar Molina, direttore della Casa del Lector di Madrid che le fece ascoltare alla vedova di Boges, Maria KodamaLei ne riconobbe la voce e ne risalì all'origine, autorizzandone la pubblicazione. L'edizione italiana del 2019 è stata anticipata da alcuni stralci usciti su La Repubblica nel dicembre 2014. La ricerca di Borges comincia già nell’etimologia della parola tango, dal latino tangere, toccare, allusione alla sensualità del ballo e dei corpi che si incrociano, come dice in un passaggio del libro, tre braccia sulle spalle e una alla vita come un artiglio, un «rettile da lupanare». In effetti la parola è probabilmente un’evocazione del mondo africano, nei ricordi atavici, recuperati nell'inconscio dagli schiavi neri, anche se agli argentini poco era rimasto di tutto ciò. La tesi che sposa Borges è che il tango sia nato dalla milonga e dalla habanera a Buenos Aires nel 1880, anche se non si ha certezza del quartiere originario. Il tango fu il simbolo e la bandiera di questa città nel mondo: fu a Parigi che trovò il modo di farsi una buona reputazione ; quindi in Europa fino al Giappone. Forse l’immagine che ci rimane più forte non sono i passi di danza, i riferimenti poetici, molto meno quelli musicali, la foresta di personaggi dal gaucho – che forse però non conobbe né ballò mai il tango - al guappo e le figure femminili che contribuirono a qualificarlo come un ballo indecente, è l’evocazione di una città quasi magica. E’ la Buenos Aires che Borges ricorda nell’infanzia e che nei ricordi della nonna si nutre del clima di fine Ottocento nel quale maturò il tango: ancora una piccola città di provincia, circondata da terreni incolti e paludosi, provinciale e tutta di case basse. Il tango, che mostra non poche affinità con le atmosfere di poco successive del jazz degli anni successivi negli Stati Uniti, è nato forse sì nei bordelli e case di malaffare; ma non in ambienti popolari tant’è che Borges sottolinea che è suonato al piano, flauto e violino, ma non con la chitarra che era lo strumento naturale argentino di tutte le osterie, e col popolo che lo rifiuta all'inizio, specie le donne, che ne conoscono l'origine indecente. Il cuore è quello che si sviluppa intorno al 1910 sino alla prima guerra mondiale, dopo la quale il tango diventerà melodrammatico e compiaciuto, un pensiero triste quale non era all’inizio, forse anche per quella nota struggente legata a uno strumento al quale sarà sempre più spesso associato, il bandoneon di origine tedesca. Borges rifiuta la celebre definizione del tango di Ernesto Sabato ''un pensiero triste che si balla'', sia ''perché non credo il tango sia assimilabile a un pensiero, ma a qualcosa di più profondo, un'emozione'', sia perché ''l'aggettivo triste è davvero qualcosa che non si può attribuire ai primi tanghi''. Per lo scrittore argentino il tango ma soprattutto la milonga, anch’essa misteriosa, è stato un simbolo di felicità, anche se probabilmente soprattutto nell’accezione di fierezza, legato alle origini del tango come ballo della plebe, delle periferie che sfidano la morte, di veri uomini di un tempo ormai passato. E’ questa la natura che conquista le avanguardie primo Novecento, secondo quanto afferma il curatore dell’edizione italiana Tommaso Scarano, mentre la borghesia, nella sua rappresentanza nazionalista come in quella socialista, lo riteneva folcloristico, legato al mondo dell’immigrazione. Nella conquista del terreno internazionale il tango stava diventando una ‘camminata voluttuosa’. Per Borges il tango è quello criollo che valorizza l’elemento autoctono originario e che raggiunge l’apice negli anni Venti quando lo scrittore rientrerà in Argentina dopo un soggiorno europeo – che coincide con la stesura della biografia di Evaristo Carriego - e probabilmente si salda anche con la sua voglia di recuperare l’identità profonda argentina o quella che ritiene autentica. Tanto che resterà convinto della superiorità del tango antico tralasciando il valore lettrario e socioculturale del nuovo tango. Comunque certo è che il tango denigrato o esaltato è un ballo che non lascia indifferenti e che la chiesa ad esempio in certo modo osteggiò se non condannò.

Il tango
di Luis Borges
traduzione Tommaso Scarano
Adelphi Edizioni
2019
pp. 170
Euro 14,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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