“Il ritorno degli dei. Il sapere dimenticato di una civiltà perduta”, di Graham Hancock

Scritto da  Domenica, 04 Settembre 2016 

Graham Hancock, lo scrittore e giornalista scozzese con la passione per i misteri che le antiche vestigia conservano e la cui pluripremiata attività pubblicistica sembra essere vieppiù apprezzata dai lettori di tutto il mondo, si pone in quest’ultimo suo libro ancora in controtendenza rispetto a molte delle posizioni finora strenuamente difese dalla archeologia ufficiale circa alcune delle eredità che ci vengono dal passato.

Secondo l’ipotesi sostenuta da Hancock il Dryas recente, periodo di clima freddo relativamente breve dal punto di vista geologico approssimativamente compreso tra 12.800 e 11.600 anni fa, ebbe inizio con un cataclisma (che implicò inondazioni su vasta scala e il cedimento delle calotte glaciali nordamericana e nordeuropea) in corrispondenza della parte più alta di detto intervallo temporale e terminò con uno sconvolgimento dello stesso tipo 11.600 anni fa. Hancock ritiene verosimile l’ipotesi secondo cui tra 12.800 e 11.600 anni fa un importante periodo della storia dell’uomo e una civiltà piuttosto avanzata siano stati cancellati dalle devastazioni naturali citate. Al riguardo, l’autore pone i seguenti interrogativi:

“[…] se davvero è esistita, quella civiltà ha forse lasciato dietro di se delle tracce che potremmo ancora essere in grado di identificare oggi? E, in tal caso, la sua perdita per noi ha un significato?”.

Le ipotesi sostenute da Graham Hancock sembrerebbero tra l’altro supportate da “prove” particolari che emergono da resti ritrovati in siti archeologici come quelli di Gobekli Tepe (Turchia) e di Gunung Padang (Indonesia), da ciò che sappiamo della storia dei Sumeri, degli Assiri e dei Babilonesi, dalla conformazione di siti naturali rilevantissimi sotto il profilo geologico presenti nell’America del Nord, da ciò che è tramandato sui re Gilgamesh e Assurbanipal, da alcuni scritti di Platone (Crizia e il Timeo) e dalle Sacre Scritture. La favolosa civiltà scomparsa di Atlantide: Platone fa risalire la distruzione e lo sprofondamento del continente perduto a novemila anni prima dell’epoca di Solone (600 a.C.), circostanza che renderebbe del tutto verosimile la teoria assecondata dall’autore secondo cui la molto evoluta civiltà di Atlantide scomparve tra il 10.800 e il 9.600 a.C., in uno spazio temporale cioè, compreso tra i 12.816 e gli 11.616 anni fa e i sopravvissuti appartenenti a detta civiltà si sparsero per il mondo mettendo le loro avanzatissime conoscenze nel campo dell’agricoltura e dell’architettura a disposizione delle future generazioni. Esse, grazie a questo massiccio trasferimento di know how, non sarebbero state costrette a iniziare ex novo il processo di civilizzazione. A Gobekli Tepe, per esempio, i segni di questa “missione civilizzatrice” pare siano stati rinvenuti in resti che lasciano intravedere la comparsa improvvisa nella zona dell’agricoltura e dell’architettura monumentale. Provare in modo rigorosamente scientifico le ipotesi richiamate significherebbe per l’autore del libro che recensiamo “che un popolo tuttora sconosciuto e non identificato proveniente da una zona non specificata del pianeta era già padrone di tutte le tecniche e di tutti gli elementi di una civiltà avanzata più di dodicimila anni fa nel bel mezzo dell’ultima Era Glaciale e aveva inviato in tutto il mondo degli emissari per diffondere i benefici derivanti da tali conoscenze.”

Ipotesi certamente non priva di fascino e di implicazioni storico archeologiche ulteriori, perché, ancora secondo Hancock, “Con la data della sua fondazione stabilita attualmente al 9600 a.C. […], Gobekli Tepe ci impone anche di riaprire il caso irrisolto di Atlantide, da sempre oggetto di scherno da parte degli archeologi che deridono chiunque osi pronunciare il nome tanto disprezzato del continente perduto”.

Il libro di Hancock è denso di argomenti che mirano a far apparire del tutto verosimile e degna di considerazione la tesi secondo cui le tracce di una civiltà avanzata diffusa su tutta la Terra sono state quasi del tutto cancellate da un cataclisma apocalittico causato dall’impatto del nostro pianeta con una cometa alla fine dell’ultima glaciazione. Dopo aver condotto una serie di minuziose ricerche, lo scozzese cerca di documentare l’effettiva esistenza di questa civiltà; l’idea che i sopravvissuti all’epoca antidiluviana abbiano tramandando ai posteri tradizioni e sapienza derivanti da un’epoca precedente appare indubbiamente accattivante e suggestiva. Certo, qualora tale ipotesi venisse definitivamente confermata, sarebbe interessante anche sapere se del lascito proveniente dagli Dei costruttori abbiano fatto parte anche la propensione bellica e la volontà di potenza e di sopraffazione del proprio simile che l’uomo fin dai tempi più antichi ha sempre mostrato di avere.

Il ritorno degli dei. Il sapere dimenticato di una civiltà perduta
Hancock Graham
Corbaccio Editore
2016, 553 p., ill., rilegato

Articolo di Giovanni Graziano Manca

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