“Il naso della Sfinge” di Roberto Radimir

Scritto da  Mercoledì, 24 Gennaio 2018 

Un diario di famiglia, quello di una famiglia di italiani d’Egitto, che decidono di lasciare una terra non loro con la quale hanno però un legame viscerale, al tempo della dittatura di Nasser. Una narrazione che sembra un romanzo eppure è intrecciata indissolubilmente a fatti di cronaca e ad un affresco sociale giornalistico. Lo spaccato di un mondo cosmopolita che non esiste più, dove si è smarrita la ricchezza della differenza, che sopravvive per fortuna nella memoria di chi lo ha vissuto. Pagine di una storia orale preziose con un interessante punto di vista sul mondo della lingua e delle lingue e una piacevole chiave ironica.

 

E’ divertente l’esordio del fotoreporter Roberto Radimir che firma il romanzo sui generis che segna l’esordio della la nuova collana Stravaganze, diretta da Cristiano Micucci, per la casa editrice Blönk, a cominciare dal titolo, Il naso della Sfinge, una sorta di boutade, che tutti sanno che esiste ma nessuno ha mai visto. La provocazione appare subito nel prologo” che si riallaccia alla fine del libro: il momento nel quale, nel 1966 presumibilmente, i genitori dell’autore lasciano finalmente l’Egitto per allontanarsi dalla dittatura di Gamel Nasser: Radimir racconta infatti di essere nella pancia della mamma e nascerà nel novembre del ‘66. La “fuga” non è facile perché era stato più volte negato il visto; d’altronde fa parte dei piaceri di una dittatura imprigionare i propri figli, in questo caso costringendoli a spendere tutti i risparmi in Egitto. La prima possibilità sembrava la Jugoslavia di Tito per il quale il padre nutriva rispetto, per il non allineamento con il blocco sovietico, anche se l’idea di vivere in una paese “rosso” non lo allettava più di tanto. L’Italia fu il giusto suggerimento anche se l’arrivo a Genova a bordo della motonave Esperia è un trauma: il grigio e il verde sono i colori dominanti di una terra dominata dal giallo e dall’azzurro. E’ dall’epilogo che parte la narrazione: dal senso di vittoria e di libertà, conquistata con tanta fatica e qualche cicatrice (anche fisica per il padre, che il figlio scoprirà tardi), con un boato da stadio quando il capitano annuncia di aver lasciato le acque territoriali egiziane. Nello stesso momento l’autore, come racconterà alla fine, sente l’appartenenza ad una terra, fatta di colori, di suoni, di sapori, di un miscuglio di lingue che racconta un mondo cosmopolita, tipico del mediterraneo dell’inizio del secolo scorso: un carrefour di popoli il cui chiasmo ha dato vita ad una ricchezza che via via si è persa. Nazioni e dittatura, dopo l’Indipendenza dal Colonialismo, paradossalmente hanno portato gradualmente ad un pensiero unico, spesso al partito unico. Roberto Radimir racconta la storia della sua famiglia tra invenzioni e aneddoti, qualche fatto vero, documenti e fotografie. Non importa quanto ci sia di vero perché non si tratta di un saggio storico o di un reportage giornalistico; ma quanto sia autentica la narrazione che ci restituisce un mondo vissuto, dimenticato e perduto, affidato solo alla memoria delle emozioni. L’autore riesce a farlo condensando il racconto in poche pagine, dense ma scorrevoli, con un’ironia affabile e una bella lingua. Colpisce oggi nel contesto lacerato che viviamo la pacifica convivenza di confessioni e lingue diverse, di stratificazioni di invasori anche se non mancano tensioni e rivalità, non tanto di religione quanto di razza e di stato sociale, che con l’andar del tempo si esasperano. Interessante il punto di vista sul cibo, sapori e gusti che con pennellate veloci raccontano la quotidianità di un luogo. In particolare è stimolante il tema della lingua e delle lingue che si mescolano restituendo la complessità di un paese, che è un fatto tipicamente mediterraneo, dove le lingue pure si sono perse nella vita quotidiana perché non esiste un popolo puro ma una società di relazioni. E’ impressionante quanto ritrovi nei detti e nelle abitudini, raccontate dall’autore, il mondo oggi scomparso e sopravvissuto solo nella memoria degli ultimi vecchi, degli Italiani di Tunisia. Esiste la stessa espressione, equivalente agli Italiani d’Egitto, nonché molte affinità, e lo stesso destino di una partenza in qualche modo forzato che ha messo in urto cittadini e stato ma non i due popoli tra di loro, né ha sradicato l’appartenenza degli italiani ad una terra mediterranea.

Roberto Radimir classe 1966, fotoreporter. Staff photographer per al-Ahram Hebdo, Cairo Times e Tokyo Metropolis Magazine. Ha collaborato con al-Ahram Weekly, Middle East Times e China Image. Vincitore della biennale di fotografia Fotofestival di Naarden, ha esposto in Egitto, Giappone, Croazia, Olanda e Germania con due pubblicazioni: Personale e Hörnum. Come autore ha fatto parte di un collettivo che ha pubblicato: Non potevo aspettare che morissi per rifarmi una vita, Essere Casalegglo – fine del mondo in tre, due, uno minuti e La vita è bella ma non ci vivrei. È stato co-autore dello spettacolo di Moni Ovadia, Marx Reloaded.

Blonk editore nasce a Pavia nel 2011. Pioniere nel campo dell’editoria digitale, dal 2015 pubblica anche libri di carta. Specializzata in autori italiani emergenti, Blonk predilige da sempre narrativa e saggistica “di confine”, in grado di restituire mondi, vicende e prospettive lontane dal convenzionale.

Il naso della Sfinge
di Roberto Radimir
Blonk editore
Collana Stravaganze
Novembre 2017
Euro 12,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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