“Il giornalista” di Miriam Mafai, Edizioni Ensemble, Roma 2016

Scritto da  Giovedì, 14 Aprile 2016 

E’ un libriccino che contiene un saggio suddiviso in sei sezioni, “Il giornalista”, e viene riproposto oggi dalle Edizioni Ensemble di Roma (collana pamphlet), a trent’anni di distanza dalla sua prima pubblicazione avvenuta per la prima volta nel 1986 per i tipi di Laterza.

Nelle poche ma densissime pagine del libro, Miriam Mafai delinea per sommi capi una sorta di biografia personale e professionale ma non solo. Giornalista, scrittrice e personaggio politico, Mafai, scomparsa nel 2012, ripercorre la propria straordinaria carriera di intellettuale, di donna attiva nella Resistenza e successivamente impegnata in politica nelle file del PCI, di madre lavoratrice in terra di Francia alla fine degli anni Cinquanta, di giornalista di volta in volta al servizio di testate come “Vie Nuove”, “L’Unità”, “Noi Donne”, “Paese Sera” e “La Repubblica”, quotidiano scalfariano che contribuì a fondare alla metà degli anni Settanta e di cui fu a lungo apprezzata editorialista. “Il giornalista” è testo di scarso respiro quantitativamente parlando, ma assai significativo se si ha riguardo al significato e alla portata universale delle profonde riflessioni (attuali, per molti versi, ancora oggi) contenutevi. L’attenzione dell’autrice è principalmente incentrata sui peculiari problemi che ruotano intorno a una professione difficile e sul ruolo svolto dalle donne all’interno di essa.


Con una esposizione diretta, efficace e come di consueto cristallina, quanto a chiarezza, Mafai si occupa ora di “Un mestiere finito. Dequalificato. Asservito ai partiti, ai potentati economici, alla pubblicità. Burocratizzato. Senza più prestigio né credibilità. Malpagato.”, ora della propria esperienza di assessore al comune di Pescara; degli anni passati a lottare duramente al servizio dei “contadini veri, laceri e affamati” e di un viaggio premio a Mosca nel 1953. “L’URSS non mi piacque”, ammette l’autrice, “mi sentii a disagio per l’isolamento nel quale eravamo tenuti, per l’impossibilità di uscire soli per la strada, di fare una passeggiata e comprare o spedire una cartolina. Quando tornai a Pescara tirai un sospiro di sollievo.” Ancora, tra gli argomenti toccati dall’autrice, quello “generale”, relativo all’accesso alla professione di giornalista, si interseca con quello riferito alla propria esperienza personale nello specifico campo: Mafai racconta che “Anch’io, dunque, come la maggioranza dei miei colleghi, sono entrata in un giornale perché <conoscevo qualcuno>, e questa resta ancora – a tanti anni di distanza – la strada principale di accesso alla professione. Le porte dei giornali si aprono solo all’interno: è inutile bussare o dare spallate se non c’è qualcuno che socchiude almeno uno spiraglio.”.

Preziosissime osservazioni, ancora una volta dettate dall’esperienza, riguardano le doti che vengono richieste all’aspirante giornalista: “Generalmente si pensa che il “saper scrivere” sia in partenza indispensabile e forse sufficiente. Non è vero, o non è sempre vero: lo scrivere si impara […]. Ciò che non si impara, e che mi sembra soprattutto necessario, è una grande curiosità per le persone e i fatti, l’attitudine a cogliere subito gli elementi essenziali di una situazione e insieme tutti i suoi particolari, la rapidità di apprendimento, di comprensione e di giudizio, una notevole sicurezza di sé, la capacità di ispirare fiducia e stabilire legami, una naturale tendenza alla produttiva superficialità (sapersi appassionare a un argomento per breve tempo, scriverne e dimenticarlo subito dopo).

Un saggio meritevole di lettura o di rilettura ci è parso, quello della Mafai, le cui caratteristiche principali vanno ricercate nella propensione dell’autrice alla ricerca e alla esposizione veridica e onesta dei fatti.

Accetto che la realtà sia essa stessa un disegno criptico”, sostiene Mafai, “cerco di raccontarne, con onestà, il pezzetto che vedo, ben sapendo che il pezzetto che racconto è cosi piccolo che rischia di essere, isolato, non del tutto veritiero. Questa, oggi, è tuttavia l’unica testimonianza che mi sento ancora di dare”.

Una testimonianza, aggiungiamo noi, che dovrebbe costituire motivo di seria riflessione per chi si occupa di informazione e/o fungere da principio morale irrinunciabile per tutti coloro che oggi più che mai considerano la professione del giornalista come uno strumento da asservire ai poteri forti o ai propri interessi personali.

Grazie a Christian Gargiulo

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