Il fossato. La storia di due famiglie nella Toscana degli anni Cinquanta. Di Marisa Cecchetti

Scritto da  Martedì, 27 Gennaio 2015 

Romanzo con uno sfondo forse autobiografico, in parte, e comunque molto vicino alla novella, alla tradizione del raccontare dove il confine tra la realtà e la fantasia è sfumato dal ricordo e dalle emozioni, Il fossato ci regala la vita intrecciata - e per certi aspetti forzatamente unita - di due famiglie nella campagna toscana degli anni Cinquanta del Novecento. Non ci sono descrizioni paesaggistiche precise, né riferimenti di una geografia antropizzata se non per la citazione, mi pare una sola volta, delle montagne Apuane, che fanno pensare ai paesaggi versiliesi, a quella campagna che degrada sul mare delle colline pisane e livornesi, lontana dalla campagna toscana del Chianti o della Maremma che è forse l’immaginario più tipico che si ha della regione. D’altronde Marisa Cecchetti è nata in provincia di Pisa, romanziere, scrittore di racconti e poeta, insegna Lettere e ha collaborato con varie riviste.

Marisa porta certamente la sua formazione e il suo stile personale, mite, dolce e allo stesso tempo indagatore, che non fa sconti alla realtà – come ho avuto modo di assaggiare io conoscendola - nel suo scrivere: una lingua corretta, classica, rispettosa delle regole, ariosa, attenta ai sentimenti che osserva e studia meticolosamente senza mai prendere le parti di qualcuno. Lascia infatti che il lettore posi lo sguardo una volta qui un’altra là, con la stessa attenzione e indulgenza. Marisa non parteggia per i propri personaggi, ma si fa voce narrante premurosa e distante, al tempo stesso. 

Il ritmo della narrazione ben asseconda la vicenda, dai tempi lunghi e morbidi e si concentra dal femminile. Gli uomini non sembrano vissuti, piuttosto guardati, letti, decifrati, ascoltati, amati, capiti, accuditi, talora scusati. L’autrice ci fa vedere la storia di due famiglie contadine attraverso le sue donne e in particolari quelle che, a diverso titolo, sono le protagoniste, Eva – dalla quale prende avvio la vicenda – e Teresa, la giovane che il racconto accompagna da bambina a donna. E’ lei che piano piano come se crescesse nel e con il libro, prende in mano la narrazione e con dei feedback ci fa rileggere la storia. Tutto questo accade all’improvviso, ad un certo punto della narrazione e spiazza perché ci catapulta nell’attualità delle nostre cronache.

Nella forma della scrittura del diario, in stile corsivo, quasi tutto concentrato nell’agosto del 2013, si innestano dei pensieri, con un effetto di spaesamento che si attenua mano a mano che la storia procede, nell’intreccio tra ieri e oggi, fondendosi quasi, fino alla chiusa finale, inaspettata, quando Teresa ci rivela la sua scelta: serena e in qualche modo radicale, un sacrificio estremo o forse una vocazione nella continuità, pur declinata in modalità diverse da quelle in cui l’aveva originariamente pensata. Il lettore dovrà scoprire cosa accade ad un amore sul nascere, troncato da una fatalità brutale. A noi l’autrice consegna un messaggio di speranza che è anche determinazione e impegno ben diverso da un consolatorio “che la vita continui”. La scelta di Teresa, personaggio femminile che racchiude in sé tante sfumature dell’animo e una vita complessa, riallaccia la storia di questa ragazza ad Eva, l’altra protagonista. Teresa si rende conto infatti che il figlio di lei, Luciano – il bastardo, come il Capoccia, uno dei nonni lo chiamava – era la sua vita: quel bambino con il quale era cresciuto e con il quale l’intimità non sarebbe stato un viaggio nel buio, ma un salto nella luce; mentre l’Alfredo che le faceva sentire le capriole nello stomaco sarebbe stata solo una passione, un’illusione. L’autrice, ancora una volta, non sentenzia, lascia che le cose siano e a un lettore scettico come me il dubbio che la scelta di Teresa penda dalla parte della serenità e della rassicurazione piuttosto che della felicità resta, fino a che l’epilogo offre comunque una soluzione.

Il libro inizia con un matrimonio, quello di Eva – che porta “in dono” un figlio nemmeno piccolo, Luciano appunto – con Livio che la amerà e la rispetterà e si chiude con un altro sposalizio, seppur sui generis.
La vicenda in mezzo si snoda articolata e offre un affresco tradizionale della vita dura e un po’ agra della campagna, che indurisce, soprattutto gli uomini.
Colpisce nel racconto l’attenzione che Marisa Cecchetti presta ai bambini, alla loro infanzia trascurata e come la cultura, la scuola anzi tutto, rappresenti il punto di svolta che negli anni Cinquanta avrebbe cambiato il mondo italiano.
Un’ultima osservazione merita ancora il mondo femminile con le sue sfaccettature che interessano anche le singole persone, con la rivelazione di una maggior complessità rispetto al maschile. Forse tra tutte le donne, almeno quelle del libro, esiste un comune denominatore che troppo spesso semplifichiamo con il termine maternità e che io penso sia accoglienza e compassione.

Il fossato
La storia di due famiglie nella Toscana degli anni Cinquanta
Marisa Cecchetti
Giovane Holden Edizioni
13,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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