"Il confine di Bonetti" di Giovanni Floris - Fuochi Feltrinelli

Scritto da  Ilaria Guidantoni Lunedì, 31 Marzo 2014 

Romanzo di spunto autobiografico, territoriale e ben contestualizzato nei disprezzati Anni Ottanta che per una volta assumono un loro colore. Un linguaggio diretto, dall’apparenza spontanea, per raccontare un gruppo di amici, nella Roma agiata di quegli anni, percorsi diversi e poi il recupero per un’occasione, un errore, un guaio che diventa un’occasione per ripensarsi, fare autocritica e rivalutare quel decennio che nessuno ha mai ritenuto meritevole di essere raccontato. La prima parte è quasi il diario di un adolescente, per diventare poi un confronto serrato e speculare tra ieri e oggi, attraverso la cronaca giudiziaria: il fatto in sé sussiste a metà, ma apre ad una riflessione sulla responsabilità. Libro non romantico, senza la pretesa di essere un romanzo di formazione, forse più di iniziazione, tenero per quell’attenzione a vite comuni che meritano riguardo comunque e perché anche l’eccezionalità di Bonetti, nasce da lì. Gli anni Ottanta hanno insegnato proprio questo: il piacere di vivere e il superamento del senso di colpa dal disimpegno; il gusto della vita anche quando è un po’ patinato. In fondo l’amicizia resta un valore trasversale e universale che rimane l’unica cosa che conta.

 

 

 

La vicenda è narra di un gruppo di amici, con gruppi e gruppetti, complicità, dissapori, la scoperta della vita e le prime delusioni; come sempre gli amici più amici degli altri, Bonetti e Ranò, inseparabili, che si perdono per anni e poi si ritrovano, per un errore, mentre spunta la vecchia complicità e si ritrova quel seme che non è mai morto. Di più non si può dire perché si perderebbe il gusto della lettura stessa. Non c’è bisogno di aggiungere molto né su Giovanni Floris che tutti conoscono dal piccolo schermo – alla sua prima prova narrativa, vissuta con senso di divertimento e la giusta umiltà – né de libro del quale abbiamo sentito molto parlare e visto diverse interviste in televisione.

 

La mia curiosità è concentrata su quegli anni Ottanta che erano anche i miei e mi riportano indietro all’inizio degli anni Novanta quando ho conosciuto a Roma, dov’ero appena arrivata, Giovanni, allora neolaureato. Io venivo dalla Milano da bere, tutta immagine e successo, quella che ha creato parole come vip. Mi sono sempre rammaricata per non essere vissuta nei favolosi anni Sessanta o nei rivoluzionari anni Settanta. Oggi credo che il piacere della vita, quando sano, se non supera il confine di Bonetti, il limite, per dirla con Floris, sia una bella lezione che non impedisce di crescere, maturare e fare qualcosa di serio nella vita. Su un punto non sono d’accordo, che fossero anni nei quali la politica era lontana, forse ‘il privato non era più pubblico’ come nel decennio precedente, ma a Milano in quegli anni forse la politica era più presente o almeno lo era nel mio mondo, anche se il tema dell’ideologia e delle stesse idee stava morendo. Sono gli anni del pop, come ci racconta l’autore, ma anche del ritorno alla bellezza, quella del successo facile, della cura, del ritorno alle feste dei diciotto anni in smoking, dei vestiti curati, delle inaugurazioni d’arte a profusione. Milano era tutta una festa. Ancora non era nato il rito dell’aperitivo, ma quello del vernissage imperava, tra gallerie d’arte, negozi di moda e antiquari: era tutto un pan brioche farcito a strati per festeggiare anche solo l’insegna nuova di una boutique. Anni un po’ frivoli, ma certo piacevoli nei quali il vuoto possibile era bilanciato dall’ambizione che forse sacrificava un po’ il sogno intellettuale e rivoluzionario, ma dava disciplina: studiare e produrre per poter continuare a godersi la vita.


Il confine di Bonetti
di Giovanni Floris
Fuochi Feltrinelli
18,00 euro


Articolo di Ilari Guidantoni

 

TOP