“Il castello bianco” di Orhan Pamuk

Scritto da  Lunedì, 23 Febbraio 2015 

Come in altri libri di Pamuk si ha l’impressione di immergersi in un mondo fiabesco anche quando la veste è storica, sebbene narri vicende di fantasia. Il castello bianco non può essere certo annoverato tra i romanzi storici, ma la vicenda risulta credibile e in qualche modo tragicamente attuale, in relazione allo scontro di civiltà in atto. C’è nella scrittura di Pamuk una sospensione, un narrare rarefatto, nondimeno, che ci porta lontano nel tempo e nella dimensione, quella degli intrighi di corte, di un sottile filo di mistero che lega le vicende umane.

L’esordio è tipicamente da romanzo con la finzione del ritrovamento del manoscritto come si legge nell’introduzione. «Ho scoperto questo manoscritto nel 1982…» Tra gli appunti, si legge ancora, c’era un’intestazione, forse per incuriosire – ci suggerisce l’autore - “Il figlioccio del trapuntaio”, fatto che ritorna estemporaneo e con un senso di sorpresa nel protagonista io narrante nelle ultime pagine. Chi trova lo scritto, in questo caso lo stesso Pamuk, resta perplesso senza saper bene cosa farne…pensando di continuare l’occupazione di famiglia nelle enciclopedie, al più inserendo una voce sulla celebrità. Alla fine l’autore ci confida di aver deciso di volgere il testo trovato in lingua volgare e moderna senza pretesa stilistica, pubblicando il racconto. Chi firma l’introduzione, parte integrante del libro, è Faruk Darvinoğlu, lo storico al quale è affidata la presentazione e Nilgün, la sorellina brava e destinataria del libro che sono personaggi del libro precedente di Pamuk, La casa del silenzio. In effetti non pare la scrittura l’interesse di Pamuk in questa vicenda quanto la centralità della cultura quale strumento di riuscita nella vita, unica consolazione nelle circostanze avverse, e ci appare un messaggio di estrema attualità.

La vicenda si svolge nel Seicento quando un gentiluomo italiano viene catturato dai pirati e venduto come schiavo ad un astrologo turco. Vicende di questo tipo nel Mediterraneo ne sono successe a centinaia. Molti rinnegavano la loro fede cristiana, ma il nostro protagonista non si arrende e sfida le difficoltà esercitando la capacità del sapere grazie al quale gli vengono risparmiati i lavori pesanti che lo sfiancherebbero inutilmente. E’ la forza interiore che garantisce infatti l’autentica libertà. Fin dal momento in cui ha il sentore di venir catturato si preoccupa di mettere in salvo i libri e coltiva la memoria della sua vita veneziana che gli consente di mantenere dignità, equilibrio e identità. Il filo delle vicende in fondo senza trama, si dipana attorno alla inverosimile somiglianza del ventenne gentiluomo veneziano con l’astrologo, alla corte del Pascià: come due gocce d’acqua, metafora di una specularità umana al di là delle nazionalità, della fede e della lingua. L’interrogativo emerge nella mente dell’italiano mentre l’altro sembra non accorgersene o far finta di niente. E anche questo la dice lunga sul gioco delle percezioni. Sospettosi l’uno dell’altro, vivono per anni a stretto contatto impegnati nelle più diverse ricerche scientifiche, studiando e progettando fuochi d’artificio, orologi, discutendo di astronomia, ingegneria e biologia. Unendo le loro forze riescono a debellare un’epidemia di peste – come non leggerla quale metafora di maledizione divina e solidarietà da Boccaccio, a Manzoni fino a Camus – e costruiscono una potente macchina da guerra ma, durante la disastrosa guerra di Polonia, il marchingegno non funziona. L’unione tra i due “gemelli” si spezzerà e uno solo dei due rientrerà in Turchia. Chi? Forse non importa. Il libro diventa una metafora di un Mediterraneo da ricostruire sotto il segno del sapere e dell’unione fa la forza, annullando le distanze tra Oriente e Occidente, Nord e Sud.

Il castello bianco
di Orhan Pamuk
Einaudi edizioni
11,00 euro

Articolo di Ilaria Guidantoni

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