“L’identità” - Titolo originario “Les identités meurtrières” di Amin Maalouf

Scritto da  Domenica, 06 Marzo 2016 

Una riflessione sull’identità e l’appartenenza, sulla ricchezza della memoria di sé, la sua evoluzione, la necessità del cambiamento che segue la storia e le derive dell’identità unica, della differenziazione per resistere alla cultura dominante che asfalta l’io, a volte per la rabbia che genera il tentativo di prevaricazione. Un libro scorrevole, senza la pretesa di essere un saggio, che non intende sistematizzare il pensiero ma offrire degli spunti per uscire da una situazione claustrofobica e sempre più divaricata che affligge la società contemporanea.

Il punto di partenza che probabilmente ha suggerito il libro all’autore è la sua identità di libanese che ha lasciato il suo paese natale nel 1976 per la Francia, cristiano di lingua materna araba che oggi scrive in francese. Scrittore che non si definisce metà francese e metà libanese perché ogni metà è nutrita dall’altra per un processo di osmosi per cui noi siamo sempre un tutto e non un insieme di pezzi. Trattando della propria identità e della sua appartenenza multipla evidenzia il “dosaggio” complesso e alchemico che nel tempo si trasforma per le varie componenti e tradizioni che costituiscono la vita di ciascuno, evidenziando come le identità molto articolate finiscono proprio nella loro ricchezza per essere marginalizzate. Non solo ma la storia, fa notare lo scrittore, trasforma l’identità dell’uomo suo malgrado, basti pensare a chi un tempo si sarebbe definito Yogoslavo e magari solo incidentalmente musulmano. Spesso poi la propria identità è prodotta da un calco in negativo del nostro avversario. Ora il problema è che non sempre si può stabilire una gerarchia tra le nostre appartenenze ma si può cercare un elemento che le unifichi (come io potrei dire sono una donna mediterranea)Amin Maalouf discende da una famiglia che proviene dal sud della Penisola arabica, insediata da secoli sulle montagne libanesi, ormai da tempo sparpagliata ai quattro angoli del mondo. Cristiano di lingua materna araba, la lingua sacra dell’islam, di per sé già un paradosso. Ora posto che non esistono due arabi, due libanesi, due francesi, così come non esistono due ebrei, cristiani o musulmani identici tra di loro, un altro Amin Maalouf nelle coordinate identitarie certo è piuttosto raro. Quello che sottolinea il romanziere libanese è che troppo spesso pensiamo all’identità come un’etichetta, data una volta per tutte, mente si costruisce e si trasforma nel corso dell’esistenza. Non è nemmeno però una sommatoria del tipo patchwork – il termine è di Maalouf – quanto un tutt’uno nel quale esiste una componente o delle componenti più importanti per l’io. Perché l’identità può essere assassina? Una condizione tipica di lacerazione è quella del migrante. Se si pensa all’identità di tipo tribale, chiusa e definita, allora il migrante è senza identità e prima di essere un immigrato è un emigrato che ha scelto di lasciare e di rinnegare la propria terra e in questo agli occhi della società è in qualche modo colpevole. Quando il migrante giunge nel paese di arrivo può considerare la terra di arrivo una pagina bianca da scrivere oppure una pagina già definita alla quale il migrante può solo conformarsi. Tra queste due concezioni all’opposto è necessario ovviamente trovare una mediazione. D’altronde un popolo che adori la propria storia più che il proprio avvenire è destinato a perdersi. Il problema è capire perché spesso la modernizzazione è considerata da rigettare in nome della tradizione che diviene normativa.

La riflessione di Maalouf è molto articolata e raccoglie diverse suggestioni. Probabilmente il progresso spesso viene rifiutato perché non è un’autoproduzione ma un parametro imposto dall’esterno, una sorta di dominazione. Questa ha vissuto soprattutto l’islam in relazione alla società occidentale e in generale tutte le altre civiltà del mondo rispetto a quella euro-americana. Pensiamo in particolare alla lingua, l’inglese che per la maggior parte dei popoli non è materna ma ormai è uno strumento indispensabile. Avere una lingua ponte è un’opportunità, sottolinea l’autore, ma questo non deve portare a rifiutare e dimenticare le proprie altre lingue. Anzi nel mondo attuale c’è una divaricazione crescente tra modelli omologanti e dominante e il riemergere delle identità minoritarie. Un’analisi molto accurata è rivolta rispetto al Mediterraneo dove si costituì un unico tentativo di unificazione, sotto l’Impero romano con un tentativo nuovo, dopo le invasioni barbariche, da parte di Giustiniano morto nel 565 d.C.. Da allora le civiltà che si intrecciavano e non erano così distanti da Lione, a Barcellona fino a Damasco, diventarono rivali e in un vuoto di potere lasciarono spazio alle popolazioni germaniche per la prima volta. Per quanto attiene l’identità è forse la lingua che forgia maggiormente l’uomo anche se la religione non è da meno e Maalouf con uno spirito acuto e critico evidenzia come nessuna sia totalmente sprovvista di una dose di intolleranza analizzando il paradosso per cui il Cristianesimo che all’inizio non tollerava l’altro ha lasciato sorgere nei propri territori sistemi democratici e tolleranti mentre l’Islam da sempre aperto alla tolleranza ha visto il proliferare di regimi autoritari nelle sue zone di influenza. D’altronde, anche in questo caso con grande acume, lo scrittore evidenzia come si attribuisce spesso la totale responsabilità dei disagi di una società alla religione ma essa se da una parte informa la società né è anche trasformata, prova ne è la diversità del vissuto religioso nei vari paesi in riferimento alla stessa confessione.

Al contrario, con il vento del nazionalismo che si è affacciato in Europa a partire dal 1849 è stata piuttosto la politica a strumentalizzare la religione e la lingua creando frontiere e visioni uniche, costrittivi e riduttive dal punto di vista della ricchezza di espressione di un’identità complessa che non si può ridurre ad unum. Proprio come sosteneva lo storico francese Marc Bloch recentemente gli uomini sono più figli del loro tempo – e quindi della società e dello stato – che dei propri padri e in qualche modo, a dispetto dei conflitti e degli scontri di civiltà, gli uomini si assomigliano sempre di più perché l’accelerazione tecnologica e la globalizzazione rende il mondo grigiastro. Anche da questo punto di vista l’osservazione di Maalouf è attenta e ponderata: la tecnologia di per sé non è negativa, è uno strumento che dobbiamo usare e non dal quale farci usare. Così bisogna rispettare l’universalità che attiene ai pochi valori fondamentali dell’essere umano che dev’essere rafforzata senza penalizzare le sfumature che rendono unici gli uomini in quanto persona. Un libro apparentemente fresco e quasi scorrevole da leggere e rileggere nelle pieghe delle righe. Per questo ben venga l’inglese come ponte tra gli uomini sempre che non schiacci le lingue alleate tradizionalmente delle religioni – come lo fu il latino per il Cristianesimo, l’arabo per l’Islam, il tedesco per il Protestantesimo – e con esse le civiltà. Ecco il disperato tentativo di resistenza della piccola e lontana Islanda di promuovere comunque siti in islandese e tradurre opere straniere nella propria lingua. La conclusione di Maalouf è semplice e ad un tempo profonda quanto il consiglio di un buon padre di famiglia: dobbiamo lavorare su noi stessi per concepire la nostra identità nel segno delle diverse appartenenze che sentiamo piuttosto che cercarne una sola.

L’identità Bompiani editore
Titolo originario Les identités meurtrières
Editions Grasset&Frasquelle
I edizione 1998
di Amin Maalouf

Articolo di Ilaria Guidanoni

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