I canti della vita - Abū l-Qāsim ash-Shābbi

Scritto da  Giovedì, 01 Febbraio 2018 

Traduzione dall’arabo, Imed Mehadheb
Saggio introduttivo e cura, Salvatore Mugno

Il poeta tunisino nazionale, totalmente ignorato in Italia, disconosciuto in patria perché considerato un personaggio scomodo, sopra le righe, anticonformista, provocatorio e ferocemente critico verso il popolo tunisino e la cultura araba. Adotta nei canti della vita una forma tradizionale anche se si avverte il lavorio interiore, l’angoscia, la rabbia, il pessimismo cosmico, con una presenza forte della morte. Il sogno dell’amore, un anelito che non sembra realizzarsi, è centrale così come singolarmente ha una forte centralità insolita per il mondo arabo la natura, talora madre matrigna. Nella forma romantico ha dell’uomo contemporaneo il travagli interiore, la lacerazione, il senso di colpa senza remissione che lo avvicina certamente a Scalesi. Interessante la confezione del libro con saggi che restituiscono il personaggio a tutto tondo. La rivisitazione poetica è una licenza che per chi conosce un poco la lingua araba forse fa perdere la rispondenza del testo.

 

Il poeta nazionale tunisino, il poeta del deserto, di Tozeur, come Mario Scalési lo era del Mediterraneo. Entrambi sono morti giovanissimi sfiancati dalla malattia - Abū al-Qāsim al-Chābbi, dicitura che io preferisco, è nato nel 1909 e morte nel 1934 – e hanno vissuto amori impossibili, laceranti, sono stati suggestionati dal sentimento dell’amore materno come grandioso, dall’incombere della morte che in Chabbi attraversa la natura e da quel senso di colpa e di punizione che non si riesce a dipanare. Eppure non sembra si siano conosciuti anche perché Chabbi conosceva solo l’arabo, lingua nella quale scrive. Chabbi certamente, annovera tra i suoi maestri i poeti della Nahdha e, segnatamente, Gibran Khalil Gibran. Figlio di un giudice, dopo il baccellierato, si iscrive a legge e si forma alla facoltà della moschea al-Zaytouna dove respira un ambiente teologico dal quale è molto lontano ma frequenta soprattutto la biblioteca allargando i propri orizzonti. Celebre il Discorso sull’immaginario degli Arabi, conferenza che tiene nel 1929 e che gli procurerà non pochi fastidi, oltre l’allontanamento di alcuni amici. Chabbi è scomodo, irriverente: si presenta a testa scoperta senza barba e baffi, critica aspramente anche nelle sue poesie il popolo tunisino, il suo popolo “senza cervello” del quale è deluso. La sua critica si appunta sullo scarso sviluppo della mitologia nel mondo arabo diversamente da quello greco-romano e scandinavo e sull’immaginario limitato, codificato dal punto di vista delle strutture, dove manca a suo parere la presenza della natura, la donna non è fonte di ispirazione ma solo oggetto e poco si sono sviluppati racconto e romanzo. Non è un caso che la sua opera venne pubblicata solo a partire dal 1955. Eppure la struttura formale non è innovativa attenendosi alla forma classica della qasida; lo è invece lo spirito, l’ispirazione e molti contenuti, quel linguaggio diretto, talora da invettiva, quella natura madre-matrigna che ricorda certa nostra poesia romantica. Le liriche di Chabbi sono dolenti, eppure preziose, in uno sfogo interiore che non è mai una semplice confessione ma una riflessione raffinata. Un poeta che merita di essere scoperto ed è questo il merito principale del direttore della collana e curatore del testo Salvatore Mugno, che già aveva lavorato su Scalesi, recensito su queste pagine. A ben guardare se la Tunisia è considerata un paese di uomini ‘a sangue freddo’ ha partorito tanti rivoluzionari e negli anni di Chabbi alcuni grandi riformatori come Tahir Haddad, nell’ambito della scuola e della posizione della donna. Le poesie abbracciano tematiche variegate e sono attraversate da una grande sacralità. Il mio dubbio è sulla scelta della rivisitazione poetica di Gëzim Hajdari - su traduzione dall’arabo di Imed Mehadheb – albanese che condivide con Chabbi ben più che l’amore per la vita, la vera religione del poeta, di colui che resta affamato e non si rifugia mai nel passato, quanto anche la vocazione poetica. Certo nel testo a fronte di perde la corrispondenza ma non è tanto questo: mi chiede perché a volte sono state operate delle scelte di allontanamento dal tesato che poteva funzionare e sarebbe interessante scoprirlo.

I canti della vita
Abū l-Qāsim ash-Shābbi
Traduzione dall’arabo, Imed Mehadheb
Rivisitazione poetica, Gëzim Hajdari
Saggio introduttivo e cura, Salvatore Mugno
Prefazione, Abderrazak Bannour
Postfazione di Aldo Nicosia
Trapani, 2009
Euro 20,00

Articolo di Ilaria Guidantoni

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