“Gli indifferenti” di Alberto Moravia

Scritto da  Concetta Padula Martedì, 08 Novembre 2016 

“Scosse la testa: hai torto, pubblico accusatore, pensò con ironia; hai torto …. né purificazione, né espiazione, e neppure famiglia … indifferenza, indifferenza; soltanto indifferenza.”

 

“Gli indifferenti” è un romanzo di “protesta” scritto da Alberto Moravia.

Pubblicato nel 1929 quando in Italia dilaga la dittatura fascista.

Letto soprattutto da intellettuali e partigiani, ha un grande successo di pubblico.

I fascisti, però, lo censurano perché il messaggio che questo romanzo trasmette va contro i canoni e la “forma” che si vuole imprimere alla famiglia italiana.

La borghesia, un tempo ricca e rispettabile, è dipinta dal Moravia come corrotta, vacua, senza valori, dedita solo alle apparenze.

Essa è una classe sociale in decadenza sia in ambito economico e sia sociale.

E’ apatica, senza spirito né anima.

Accetta passivamente, senza reagire quasi obnubilata dalle circostanze storiche, l’ascesa al potere del duce, dell’oscurantismo politico in patria.

Così, poco più che ventenne, Moravia con maestria pennella di ambiguità e reticenza coloro che più di tutti dovevano impegnarsi a compiere gli “interessi” del Paese-Italia.

Il romanzo è decadente anche nell’ambientazione. Il salotto, luogo per antonomasia in cui la famiglia si riunisce per consumare i pasti, per parlare e confrontarsi, diventa invece teatro di lunghi silenzi, liti, scaramucce e scenate di gelosia oltre che a gesti “peccaminosi”.

L’assenza di dialogo porta né all’amore e né tantomeno all’odio, bensì a qualcosa di più distruttivo: l’indifferenza.

Indifferenza, noia, distacco che attanagliano l’animo dei cinque personaggi: Maria Grazia Ardengo (madre), Carla (figlia), Michele (figlio), Lisa (amica), Leo Merumeci (amante delle donne).

Tutto, nella storia, è imperlato di indifferenza, apatia, abulia.

Ogni personaggio, pur vivendo sotto lo stesso tetto, ha sogni e speranze differenti che si consumano e s’infrangono contro gli scogli dell’inattivismo.

Tutto è statico, anche la continua voglia di “cambiar vita” di Carla si traduce in un’arrendevolezza, in un lassismo cosmico.

Ella si perde nella fitta boscaglia delle passioni più” basse e blasfeme”.

La giovane ventenne, di dubbia reputazione in società, si lascia “prendere” e lusingare da Leo, amante della madre.

Maria Grazia invece si lascia avviluppare dal tarlo della gelosia per l’amante che non l’apprezza, e tantomeno riesce a discernere oltre il proprio naso.

Nel racconto, si delinea una totale assenza e/ o presa di posizioni nei ruoli dei diversi protagonisti; non sono personaggi sani o paiedeutici.

Nessuno che abbia i “coraggio” di assumersi le proprie responsabilità.

Tutti, come struzzi, nascondono il capo sotto la sabbia.

C’è Maria Grazia, madre-non madre; Michele né fratello, e né tantomeno amante che solo per abitudine si concede a Lisa (amica della madre e ex-amante del cognato).

Carla è la sola che cerca il cambiamento però si trova imbrigliata nella rete dell’inesperienza, della solitudine e dei pregiudizi.

Leo Merumeci, l’imprenditore spietato, che approfitta di tutti e di tutto.

Egli compie un matrimonio d’interesse, per non vedere scemati i propri affari, e al contempo come un vero borghese giudica sua moglie.

Articolo di Concetta Padula

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

TOP