“Exit Roma” di Enzo Scandurra

Scritto da  Sophie Moreau Lunedì, 25 Maggio 2020 

Fanta-letteratura, un romanzo che diventa una premonizione fin troppo credibile. Un’epidemia colpisce la città di Roma e diventa la metafora del crollo di un sistema che non si rinnova. Spietata quanto lucida a mio parere l’analisi del male che si spenge senza lasciar posto al bene. L’epidemia e la febbre tifoidea non è sconfitta ma langue mentre le logiche corrotte resistono. Originale la prospettiva di analisi: protagonista Roma, quasi una saga familiare rappresentata dai diversi quartieri, mentre l’intreccio delle storie diventa l’ambientazione.



La letteratura, che appare protagonista nelle prime pagine, diventa rivelatrice, voce e coscienza del reale, capace attraverso l’immaginazione di un’analisi lucida e spietata della società, uno specchio capace di prevedere. Nel libro colpisce l’assenza di catarsi come in qualche modo in Atti casuali di violenza insensata di Jack Womack rispetto alla speranza di Cecità di Josè Saramago. Purtroppo credo che il libro sia assolutamente in linea con i nostri tempi e con lo scenario che si sta disegnando.
La premonizione apocalittica che incombe sulla città alla fine si avvera: la Città Eterna è un organismo in putrefazione dove Crisi Economica ed Epidemia hanno sconvolto ogni cosa. La città appare il fulcro della crisi rispetto alla campagna, il centro e i quartieri residenziali più della periferia, in un processo che sovverte le regole diffuse. Così nei diversi quartieri della città la gente comincia ad organizzarsi per tentare di sopravvivere al prossimo inverno con qualche esempio di solidarietà e tentativo di pacificazione. In realtà il centro è abbandonato alla barbarie e offre uno scenario desolante popolato di cani randagi e altri animali in fuga che si aggirano in cerca di cibo, di carovane che vagano cantando l’Apocalisse di Giovanni e di bande che si fronteggiano per sopravvivere. L’ambiente diventa spettrale, pericoloso e chi può si trasferisce fuori città nelle seconde case. Nel frattempo si diffonde la voce che da qualche parte in città esista una comunità rinata che, praticando una forma di comunismo primitivo, ha trovato una nuova speranza. In questo scenario alcune storie, mentre il vero protagonista resta l’urbe.
Davide, lasciato dalla moglie in seguito a un incidente, è rimasto a vivere da solo nel suo quartiere bene, dove nostalgicamente resiste sforzandosi di condurre una vita normale fatta di visite ai conoscenti e piccole commissioni. Quando però la situazione comincerà a precipitare minacciando la sua vita e quella dei pochi che ancora si ostinano a tenere duro nel quartiere, si troverà suo malgrado a dover prendere una decisione estremamente rischiosa. Il degrado porta degrado e cominciano a scoppiare rivolte sociali, la prima a Campo de’ Fiori; in una sola mattinata la piazza e l’intera zona circostante vengono saccheggiate e messe a ferro e fuoco…altro che solidarietà. Il dolore, la paura, la miseria che cresce si impossessano dell’animo umano. I pochi abitanti rimasti fuggono in gran fretta. All’inizio l’epidemia è sottovalutato perché tutti i cittadini erano stati infatti vaccinati da bambini contro il tifo; fin quando diventa chiaro che questa particolare febbre tifoide, è una mutazione del ceppo originale e del tutto indifferente al vaccino che si somministrava da molti anni in tutto il Paese. Quando fu evidente a tutti che il contagio era dilagato e che il numero delle persone infette cresceva secondo una progressione geometrica, si tentò di correre ai ripari senza tuttavia riuscire a debellarlo. Ad accelerare l’epidemia il degrado delle condotte di adduzione dell’acqua tanto che nessuno usa più l’acqua del rubinetto senza prima averla fatta bollire. In un crescendo accadono alcuni fenomeni inaspettati oltre al fatto che la periferia come Torbella Monaca sembrano più risparmiate dei quartieri bene. Curiosamente, la febbre non colpisce le persone di colore, in particolare i migranti provenienti dall’Africa, diventando così in breve tempo degli “intoccabili” da impiegare come infermieri negli ospedali per rimpiazzare i “bianchi” che muoiono contagiati. La situazione dopo il crescendo compie la sua parabola che non è risolutiva, tanto che alla fine emerge il sospetto di una manomissione, di qualcosa di poco chiaro che orienta le cose e che quindi può tornare ad infestarle.


Enzo Scandurra
È nato e vive a Roma. Ha insegnato per oltre quarant’anni Urbanistica presso la facoltà di Ingegneria della Sapienza. Tra i suoi libri: Gli storni e l’urbanista (2001), Un paese ci vuole (2007), Ricominciamo dalle periferie (2009, in collab.), Vite periferiche (2012), Il pianeta degli urbanisti (2013, con G. Attili), Recinti urbani (2014, con M. Ilardi), Fuori squadra (Castelvecchi, 2017), Muri (2017, con M. Ilardi), La città dell’accoglienza (2017, in collab.), Splendori e miserie dell’urbanistica (2018, con I. Agostini). Fa parte della redazione delle edizioni manifestolibri e della redazione della rivista «Luoghi comuni» (Castelvecchi). Collabora al quotidiano Il Manifesto.


Exit Roma
di Enzo Scandurra
Copertina flessibile: 143 pagine
Editore: Castelvecchi (18 aprile 2019)

Articolo di Sophie Moreau

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