"L'estate senza uomini" di Siri Hustvedt

Scritto da  Domenica, 10 Luglio 2016 

Lo spazio di un'estate per riprendere contatto con la propria identità, il tempo trascorso in compagnia di altre donne – simili e profondamente diverse – come momento di bilancio rispetto al proprio percorso esistenziale.

Al centro Mia, una poetessa filosofa che si trova, suo malgrado, a fare i conti con la solitudine di un matrimonio messo in pausa dal marito Boris, al quale la legano anni di una convivenza che, con i suoi alti e bassi, li ha plasmati trasformandoli in un complesso organismo a due facce. Donna forte, creativa, riconosciuta per il suo talento, madre capace di crescere una figlia libera e indipendente, Mia reagisce all'abbandono del marito lasciandosi pervadere dalla follia. Spirito e mente, come di comune accordo, si frantumano costringendola a confrontarsi con una solitudine che non è semplice abbandono, ma mutilazione. Nella separazione Mia non perde soltanto Boris: vengono meno i punti di riferimento interiori e lo smarrimento affettivo si trasforma in crisi identitaria ed esistenziale. Per cercare di recuperare una stabilità che forse aveva sempre dato per scontata, lascia New York e parte per il Minnesota, dove trascorrerà l'estate in compagnia della madre, e delle sue anziane amiche, e di un gruppo di giovanissime aspiranti poetesse. Diverse generazioni che si confrontano fuori da facili clichès e da morali affettate.

L'universo femminile è al centro di questo romanzo che vede i protagonisti maschili apparire soltanto in modo mediato - il ricordo, il racconto, la proiezione, lettere e messaggi – come se una loro comparsa implicasse lo scioglimento di un delicato equilibrio, senza tuttavia che ciò implichi un atteggiamento da femminismo della seconda ondata. Non c'è risentimento, né aggressività radicale nelle parole della Hustvedt, quanto la ricostruzione di un ordine primordiale, un gineceo privato del controllo maschile capace di fornire sostegno e protezione e, allo stesso tempo, di permettere alla protagonista di mettersi a nudo. Lontane dallo sguardo di mariti, padri, amanti, queste donne mostrano punti di forza e debolezze, ma anche cattiveria e violenza, capacità di accogliere e “accudire” e rifiuto ostracizzante. In questo contesto protetto e allo stesso tempo “sfidante” Mia si ricompone partendo dall'abbandono progressivo del “noi” per un “sè” troppo a lungo posto in secondo piano o relegato unicamente nei suoi scritti. Ben distante dall'abusato refrain del “riprendersi la propria vita e i propri spazi”, Siri Hustvedt – attraverso una prosa apparentemente semplice costruita attraverso una complessa intelaiatura fatta di grandi falcate, soste e riprese puntuali – riesce a rendere perfettamente la complessità della perdita del proprio centro, degli affetti, dei punti di riferimento, della vita “come la conosciamo”.

Con Un'estate senza uomini riesce a ridare dignità a un dolore troppo spesso semplificato, riporta l'attenzione sull'imprescindibile esigenza di un continuo dialogo con il sé, la propria storia, i propri desideri.

L'estate senza uomini
di Siri Hustvedt
Torino
Einaudi
2012

Articolo di Caterina Bonetti

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