“L’erba di vento” di Marinette Pendola

Scritto da  Sophie Moreau Domenica, 26 Marzo 2017 

Una storia siciliana al femminile, antica, arcaica eppure di grande incisività per la modernità psicologica della protagonista. Una scrittura semplice, pensata e vissuta in un siciliano da migranti, attenta più alla sonorità che all’imitazione e per questo di grande immediatezza. E’ una vicenda ai limiti del fantastico, lontana nel tempo e per il contesto sociale ma che non può che emozionare per la sua delicatezza e farci riflettere sulla forza interiore di una donna che non ha niente a che fare con il potere pubblico e il suo ruolo sociale o la statura culturale.

 

Marinette Pendola, “Italiana di Tunisi”, adottiva di Bologna, insegnante di francese, si misura per la prima volta con il romanzo dopo due scritture legate alla vicenda personale del rientro dalla Tunisia in Italia, all’indomani dell’Indipendenza della riva sud. In questo nuovo libro restano le atmosfere, la conoscenza dei luoghi e di quell’ambiente che vive di miseria e speranza, tanta fatica quotidiana e nostalgie affettive tra due terre separate da un braccio di mare. E’ certamente una prova che conferisce all’autrice la statura di un romanziere senza trascinarsi il carico conoscitivo ed emozionale della storia della propria famiglia anche se è indubbia la conoscenza empatica di certe vicende. E’ indubbiamente, a mio parere, una storia che solo una persona nelle cui vene scorre sangue siciliano, avrebbe potuto scrivere. E’ una storia siciliana fino al midollo che chi non è siciliano non credo possa scrivere. Forse è più facile scrivere un racconto tunisino che la vicenda di una coppia siciliana emigrata in Tunisia. Marinette ha imparato prima il siciliano del francese e dell’italiano e anche se forse oggi lo ha dimenticato ne ha respirato la sonorità e l’emozione. E’ interessante il lavoro svolto perché la lingua non è un’imitazione ma la restituzione anche fantasiosa di un clima che ci restituisce bene il personaggio centrale e l’ambiente sociale. Per chi è abituato a frequentare il nord della Tunisia, si ritrova quella lingua “franca” e bastarda che risente dei viaggi tra le due sponde, intrecciando e storpiando i temi ma consentendo anche alle persone più semplici di capire in un linguaggio non codificato. La vicenda ricorda le atmosfere del Verga, certe pagine della Maraini ma anche il realismo magico sud americano, per quella religiosità popolare e ritualità che sfiora la superstiziosa, per quell’accondiscendenza delle donne che si conformano a quanto richiesto dalla società ma che nasconde una ribellione interiore invincibile. E’ stupefacente in tal senso la forza che Angela, protagonista del libro, rivela a dispetto di quanto fa tutta la vita “compiacere sempre al marito” come le aveva raccomandato la mamma che ha deciso per lei, di sposarla e a chi sposarla. Angela che per tutto il romanzo non ha nemmeno un nome perché dalla vicine di casa viene chiamata “Donna Filippa” ovvero la moglie di Mastro Filippo. Sotto una scorza di fragilità, legate alle paure fisiche, al disagio autistico di non voler essere toccata, alla volontà di non varcare i propri confini, oltre quelli del paese natale, nel senso del villaggio, Angela è una donna che ha la voglia e il coraggio della solitudine, di costruirsi un mondo fatto quasi di nulla, il ricamo e l’orto, è vero ma che è una grande costruzione interiore, quella che nessuno potrà mai sottrarle. A volte per vivere nell’ombra ci vuole spessore ed energia più che per stare sul palcoscenico. Il libro ci racconta di un femminile nascosto, potente, a volte sorprendente e perfino scandaloso – come ci svela il legame con Peppino, il marito dell’amante del marito – che ha una sua grande inattualità e per questo rappresenta un documento storico importante e prezioso che oggi è difficile ricostruire e nello stesso tempo fa riflettere ancora sulle potenzialità al femminile che spesso le donne non attualizzano arrendendosi alle difficoltà della realtà. In questo mondo di miseria e umiltà c’è la forza di una lotta silenziosa in grado di andare più lontano di tanti cortei. Tornando al tema del realismo magico ci sono spunti e racconti della vita contadina che unisce la devozione religiosa ai riti ancestrali e alla superstizione, dovuta spesso al connubio mistico con la natura. Nel libro questo è raccontato attraverso l’arte della guarigione di Mastro Filippo e della sua conoscenza delle erbe che poi Angela assimilerà e che restituiscono l’immagine della natura che può essere insieme madre – fonte di vita con i suoi prodotti coltivati – e matrigna ad un tempo. Il romanzo racconta ad un tempo una civiltà contadina nella vita intima e sociale, il dramma sempre attuale dell’emigrazione e la formazione di una donna.

L’erba di vento
di Marinette Pendola
arkadia / narrativa
novembre 2016
14,00 euro

Articolo di Sophie Moreau

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