“Divi – La mascolinità nel cinema italiano” di Jacqueline Reich e Catherine O'Rawe.

Scritto da  Lunedì, 18 Gennaio 2016 

Nonostante da molti anni il cinema italiano non sia più, qualitativamente parlando, quello di una volta, esso tuttavia continua a calamitare l’attenzione di addetti ai lavori, critici e studiosi esteri. L’uscita, dell’interessante volume “Divi – La mascolinità nel cinema italiano”, di Jacqueline Reich e Catherine O' Rawe (Donzelli 2015, in coedizione con il Centro sperimentale di cinematografia) costituisce una ulteriore conferma della circostanza citata.

Ad occuparsi della nostra cinematografia, stavolta, sono due appartenenti rispettivamente al corpo accademico americano e inglese: Jacqueline Reich della Fordham University di New York e Catherine O’Rawe dell’Università di Bristol. Parlo volentieri di questa pubblicazione perché mi dà occasione di discutere di cinema, una delle forme d’arte che prediligo. Dico subito che Divi – La mascolinità nel cinema italiano è un testo scientifico, pertanto il rigore e il livello di approfondimento con cui vengono trattati gli argomenti contenuti al suo interno sono quelli che caratterizzano ogni ricerca accademica che si rispetti. Le stesse autrici, peraltro, chiariscono fin dalle prime pagine che per rendere esauriente la comprensione degli argomenti trattati è essenziale “far riferimento a una pluralità di campi disciplinari quali l’antropologia, la sociologia, la storia e la teoria del cinema, gli studi di genere, la semiotica, gli studi su divismo e celebrità nonché la riflessione sui media digitali.

Nel libro la prima parte teorica è seguita da una seconda parte dedicata a profili di attori del nostro cinema considerati esemplari. Ognuno di essi, a seconda dello stile recitativo prevalente, corrisponde ad una ben individuata tipologia attoriale.

Nella parte storico speculativa del volume si può apprendere con interesse che “negli studi sul cinema italiano i divi maschi hanno goduto di scarsa attenzione; al contrario, le ricerche si sono focalizzate sulle dive del secondo dopoguerra, come ad esempio Sophia Loren e Gina Lollobrigida, e al loro legame con le mutevoli concezioni dell’identità nazionale. Stephen Gundle è giunto a sostenere l’esistenza di un’identità tra la bellezza femminile e l’Italia”.

Il manifestarsi del divismo viene dalle autrici esaminato dinamicamente in relazione ai vari cambiamenti della temperie storica politica ed economica italiana e anche in relazione agli interventi moralizzatori della chiesa, istituzione che in Italia ha influito non poco, sul fenomeno in argomento. Senza trascurare il fatto che “Considerata come merce, la star è un prodotto deliberatamente promosso, distribuito e venduto sul mercato, capace di pubblicizzare al contempo il film e il proprio personaggio intertestuale”, e dopo aver ammesso che: “interpretazione e recitazione sono state trascurate negli studi sul cinema italiano, e più in generale negli studi sul divismo, tanto che è diventato quasi un luogo comune degli studi sul divismo, attorialità e recitazione mettere in evidenza tale mancanza”.

Reich e O’Rawe accennano alla necessità urgente “di considerare lo stile recitativo congiuntamente alla tecnologia, e distintamente da un modello soltanto teatrale di perfomance […] Tale analisi,” sostengono le studiose, “implica non solo la funzione della fotografia e del montaggio nella definizione della performance, ma anche l’impatto delle tecnologie audio”.

La seconda parte (la meno, per così dire, “ardua” da leggere, delle due) è quella dedicata all’esame del profilo di un certo numero di divi. Ognuno di essi è presente in questa sezione del libro in virtù di una o più caratteristiche personali che lo fanno rientrare in una ben determinata classificazione attoriale. Vi compaiono numi tutelari del cinema italiano d’altri tempi come Vittorio De Sica, quale divo e regista dal fascismo in poi, Amedeo Nazzari, quale attore che incarna l’italiano ideale e Vittorio Gassman, quale perfetta figura dell’italiano medio. Capitoli a parte anche per i divi del cinema muto Bartolomeo Pagano ed Emilio Ghione e per Raf Vallone. Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Gian Maria Volontè rappresentano rispettivamente le categorie del divo della Commedia all’italiana, del divo come “inetto” e dell’attore impegnato civilmente e politicamente. Le autrici dedicano gli ultimi capitoli alle generazioni di attori più recenti: Roberto Benigni e Carlo Verdone rappresenterebbero la componente “regionale” del nostro cinema mentre Toni Servillo sarebbe l’attore prediletto dal cinema d’autore. Riccardo Scamarcio, infine, occuperebbe il miglior posto tra i divi delle adolescenti e gli attori più amati dallo spettatore medio.

Alla trattazione, ad essere sinceri, mancherebbe il capitolo dedicato ad Ugo Tognazzi quale attore che si è sempre distinto, unico forse tra gli italiani, per la sua eccezionale versatilità interpretativa.

Ciò, peraltro, non compromette il grande valore di una pubblicazione agile (circa 150 pagine) ma densa e importante che fornisce molti elementi conoscitivi e di studio sul nostro cinema.

Divi
La mascolinità nel cinema italiano
Jacqueline Reich e Catherine O'Rawe
Donzelli Editore
2015, pp. VI-154,
ISBN: 9788868432362
€ 21,00

Grazie a Francesca Pieri, Donzelli Editore

Articolo di Giovanni Graziano Manca

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