"Diario metafisico di un terrorista" di Michele Dessì

Scritto da  Domenica, 13 Settembre 2020 

Un terrorista che non sente la sveglia, un disperato anonimo ma che potrebbe portare il nome di tanti. Romanzo con effetti splatter, crudo, surreale eppure sembra estratto da un reportage, una delle tante storie drammatiche ...e qualcosa di più.

 

Un romanzo che racconta l'attualità nutrito da storie ascoltate e indirettamente vissute, sempre sul campo, dall'autore ma anche un reportage sotto forma di finzione. È una docufiction con effetti splatter, per molti aspetti la descrizione di una situazione estrema, fino al limite del paradosso, condita con ironia brillante ma amara e cruda, in certi passaggi così forte da rasentare la dimensione surreale. Benvenuti all'inferno che i toni pop del racconto non ammorbidiscono ma coinvolgono come un film nel quale alla fine, seppure la mano del narratore è leggera, si sta dalla parte del protagonista, Babu, il nonno, come tutti lo chiamano per comodità. È un bambino africano invecchiato precocemente, senza luogo di nascita né data certa tanto che alla fine quando in Francia conoscerà il significato della data del 14 luglio la sceglierà come sua data di nascita ma lo scrittore ci dà un’idea di massima all’inizio del libro, “da qualche parte in Africa alla fine degli Anni ‘80”.
Una storia ingarbugliata che con l'uso del corsivo alternato e due stili molto diversi procede nel tempo in parallelo su due dimensioni, quella appunto del diario che dà il titolo al libro e quella del racconto vissuto in prima persona da una delle tante vittime dell'umanità migrante, in fuga da guerre, carestie, spesso causate o promosse dai Paesi presso i quali cerca rifugio. Se la storia pare assurda, impossibile, narra purtroppo vicende che nel mondo dei migranti sono quotidianità e allora ci appare come una pubblicità progresso che scuote le coscienze senza nessuna programmazione ideologica o messaggio morale esplicitato quanto attraverso un'ironia sottile che attinge ai numeri e a un'attività di ricerca attenta e precisa come quando si parla del cacao mondiale che per poco meno del 50% è prodotto dalla sola Costa d'Avorio dove però non ci sono fabbriche per la lavorazione. Il loro cacao gli ivoriani non hanno il piacere di assaggiarlo. Così come gli africani in generale non si sfamano con i frutti 'esotici' quali l'ananas, che diventano parte dei prodotti di cosmesi 'occidentale'.
L'aspetto più interessante dell'avventura di un terrorista sui generis, che dopo aver studiato a memoria il piano per un attentato, è in ritardo perché la sveglia non suona - non la sente o si è rotta? - costretto a rivedere tempi e modi, è l'unione dell'aspetto narrativo puro a un contenuto degno di un reportage con una fluidità sorprendente che in modo assolutamente naturale trasferisce al lettore molte informazioni. Non solo, ma questo binario rende credibile la stessa storia, probabilmente più vera di quanto si possa immaginare perché la realtà ha più fantasia degli scrittori.
Gustoso il modo di giocare di Michele con la scrittura e la citazione non in modo accademico ma in una versione 'distorta' quasi cabarettistica che rende il nostro personaggio, all'inizio presentato come un povero idiota, un metafisico malgrado tutto. Senza risposte fino alla fine, Babu ha colto lo spirito della filosofia, non rinunciare mai a porsi delle domande e soprattutto a chiedersi 'Chi sono io?', Cosa ci faccio qui’ La sola risposta che Babu è riuscito a darsi è una scelta, profonda, radicale, quella dell’amore, al di là di tutto, l'unica sostenibile che renda omaggio alla vita. La via è quella del mare che il protagonista interroga come un maestro di vita, una sorta di Govinda, perché il mare è insieme maschio e femmina, è acqua di vita e via di fuga dal deserto e dall'aridità; la tomba della speranza o un ponte verso il futuro, una via di comunicazione. Mi vengono in mente le parole che lo scrittore Albert Camus rivolse agli algerini, che furono disattese e che suonano più o meno così: se anche il mare fa paura perché annuncia spesso invasioni nella storia, volgergli le spalle equivale a un ripiegamento pericoloso nel deserto, a una chiusura. La triste storia dell'Algeria gli ha dato ragione.
Il nostro Babu, nonostante l'orrore dei tanti compagni di viaggio morti in mare, non perde la speranza e in un tramonto italiano ritrova una sua luce.
Mi è rimasta la curiosità di come finisca realmente e mi sono fatta un’idea ma non lo svelerò al lettore che cercherà la sua strada, in una sospensione onirica. Forse ogni finale è aperto perché la vita è un continuo divenire. Anche le fiabe che si concludono con l’espressione “vissero tutti felici e contenti” a volte dimenticano di dire se sarà per sempre o che durata ha quel per sempre nella storia umana.

Diario metafisico di un terrorista
di Michele Dessì
Romanzo
Casa editrice: Calamaro edizioni
(Italiano) Copertina flessibile - gennaio 2020
pp. 214
12,00 €

Articolo di Ilaria Guidantoni

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