"Appartenersi" di Karim Miské

Scritto da  Concetta Padula Mercoledì, 01 Giugno 2016 

“Appartenersi” è un racconto breve ben scritto nel quale l’autore cerca disperatamente di trasmettere nel lettore quello stato di angoscia e di inquietudine che lo caratterizza, nella sua bramosa ricerca del senso di appartenenza sia culturale e sia territoriale che gli attanaglia l’animo.

La vicenda ha inizio quando lui, ancora bambino di nove anni e mezzo, si vede vomitare addosso dal nonno materno quella orribile parola-verità: “bastardo”, che come un marchio indelebile segnerà tutti gli anni della sua esistenza. Il sentimento che lo avvolge è quello della vergogna, ben lontano dallo spirito di odio e di vendetta tipico delle persone adulte.

Quella parola blasfema lo seguirà e lo farà sentire un’adolescente spoglio, nudo, senza vestiti e senza nessuno che lo protegga nella foresta ostile della vita.

I suoi anni di formazione caratteriale e personale trascorrono in famiglia senza affrontare il problema e a scuola è sempre schernito dai suoi coetanei, soprattutto durante l’orario di ricreazione. Accusato di essere “fellouze”, un bastardo algerino, lo canzonano chiamandolo: “risolino all’araba o sorriso cabilo”.

Per molto tempo evita di guardarsi allo specchio per non lascar emergere quel frastuono dell’anima che gli impedisce di considerarsi un paria.
Nella società come nella vita privata è il figlio “accettato” da una madre bianca che ha stretto una fugace relazione con un uomo arabo, vivendo in Francia, la terra che accoglie tutti, soprattutto il “diverso”.

Karim si sente sempre inadeguato, inadatto nelle svariate realtà e situazioni in cui si trova inserito.

Per tutta la vita, rincorre quel senso di appartenenza che vede nel bambino di quinta elementare, suo modello e rivale in questa corsa affannosa della sua identità.

Questo scolaro è un modello di virtù, impeccabile come: primo della classe, francese, cattolico, con entrambi i genitori e soprattutto privo di dubbi, molto sicuro di sé.

Possiamo dire che quando il nonno esprime, in uno stato di rabbia, il suo pensiero più intimo, lui in realtà espella il pus della verità. Tutto ciò provocherà nel nipote una ferita, mai definitivamente cicatrizzatasi.

E’ un paria? Non si identifica né con i cattolici, né con gli ebrei e neppure con i musulmani. Però nel contempo è convinto che bisogna trovare, nella vita, qualcosa a cui ancorarsi: la razza, l’etnia, la musica, la politica.

La madre è un cocktail ben shakerato, un mix tra jazz e rivoluzione e lei lo esorta a seguire i suoi passi, mentre lui preferisce il volto della ribellione che esprime in musica con il rock e in politica allineandosi contro l’imperialismo americano.

Da bambino amava la parola:” out cast” (fuori casta) o sangue misto, meticcio, mezzo sangue preso in prestito dai film western. Da grande, invece, dopo aver visitato la propria terra d’origine ne rimane deluso perché non si identifica con i suoi abitanti e i loro usi e costumi, ciò gli capita anche con la terra adottiva, la Francia.

Allora che fare?
La sua soluzione è quella di crearsi un universo parallelo, di rifugiarsi nel mondo dei libri ed è così che scrive il suo primo romanzo: “Arab jazz”, nel suo appartamento, accanto al gatto Ahmed e…come questa bestiola regge il mondo sulle sue spalle per tenendolo a debita distanza, così lo scrittore in erba vede in Appartener(si) il suo modo di fare.

APPARTENERSI
di Karim Miské
Fazi Editore
trad. Maurizio Ferrara
fuori collana
pp. 96
euro 15

Articolo di Concetta Padula

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